Dichiarazione congiunta dei Responsabili europei del MIAMSI
A tutti i nostri aderenti
Noi, responsabili dei movimenti che fanno parte del Relais Europeo del MIAMSI, riuniti a Parigi il 27 e il 28 febbraio 2016, abbiamo riflettuto sull’emergenza legata al problema dei flussi migratori e sull’attuale tendenza a rimettere in discussione il Trattato di Schengen.
Davanti all’urgenza delle situazioni umane, abbiamo deciso di rivolgerci a tutti i membri di ogni nostro Movimento.
Nel Vangelo di Luca (10,29-37) viene posta a Gesù una domanda da parte di un dottore della legge: « Chi è il mio prossimo? » Gesù risponde che non esiste un prossimo naturale ma è mio prossimo colui che io riconosco come figlio di Dio. É per decisione che io mi rendo prossimo dell’altro. Ecco la buona notizia del Vangelo!Considerando gli avvenimenti che stiamo vivendo nel mondo e nei nostri paesi d’Europa, dove i cuori e le frontiere si chiudono sempre di più, i nostri Movimenti sono chiamati a dare prova di coraggio, di audacia e di fede per superare l’angoscia e affrontare le paure della convivenza oggi che nascono nelle nostre società.
È quello che i partecipanti al Colloquio di Pozzallo, organizzato dal Relais Europeo sull’accoglienza dei migranti, hanno sperimentato e vissuto.
Di fronte alle tante situazioni e agli ultimi avvenimenti, i nostri gruppi di base come d’abitudine continuano ad utilizzare il proprio metodo come mezzo di discernimento che può favorire una convivenza comune rischiarata dalla fede e dall’esperienza di Cristo.
Card. Zuppi: “amore politico, strumento di pace e democrazia”
Pubblichiamo l’intervento del Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, alla conferenza “L’amore politico strumento di pace e democrazia” che si è svolta l’11 dicembre a Roma, presso il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Alla 50ª Settimana Sociale dei Cattolici del 7 luglio Papa Francesco ha richiamato tutti ai valori della democrazia oggi infragilita e con molti nemici, definendola un cuore ferito. “Ciò che limita la partecipazione è sotto i nostri occhi – ha detto il Papa – se la costruzione e l’intelligenza mostrano un cuore ‘infartuato’, devono preoccupare anche le diverse forme di esclusione sociale”. Secondo Francesco, la cultura dello scarto aumenta i rischi per tutti e diventa un problema per l’intera società: esclusi, poveri, emarginati non soltanto pesano sulla struttura sociale del Paese, ma indeboliscono le sue istituzioni creando divisioni fra cittadini. Questo può provocare una rottura della coesione sociale che è un bene molto prezioso per qualunque Stato. Perciò l’amore politico significa in primo luogo guardare all’interesse generale. Solo in un secondo momento si può ragionare in termini di competizione tra progetti di società diversi. La competizione politica e l’alternanza al governo fanno bene alla democrazia, ma prima di tutto va messo l’interesse generale che si può definire anche come interesse nazionale. Una casa divisa in sé stessa declina, non riesce ad affrontare i marosi della storia che sono caotici e molto aggressivi, come sappiamo.
Il Papa è andato oltre nel suo discorso a Trieste: ha parlato della qualità di una democrazia, ciò che la rende forte. “La parola stessa ‘democrazia’ – ha ribadito – non coincide semplicemente con il voto del popolo”, cioè con la sovranità popolare. Le cosiddette democrazie popolari o socialiste, di ben nota memoria, si appoggiavano sui risultati elettorali per affermare che la volontà popolare era al di sopra di tutto. Noi sappiamo invece che una vera democrazia si costruisce con un equilibrio tra poteri, esecutivo-legislativo-giudiziario. La competizione tra questi poteri crea quei controlli e bilanciamenti (check and balances, in linguaggio politico anglosassone) che rendono l’equilibrio non solo virtuoso, ma anche efficace. La stessa democrazia, come disse il Presidente Mattarella, non è la dittatura della maggioranza! Occorre sempre cercare il paziente ma fondamentale dialogo per stabilire e osservare le regole del gioco condivise, come deve essere, non contingenti, libere dal penoso opportunismo di una campagna elettorale permanente, che poco ha a che fare con la politica.
In realtà la democrazia è sempre un negoziato perenne, come diceva Ernest Renani della nazione: un referendum ogni giorno. “La democrazia – dice il Papa – richiede sempre il passaggio dal parteggiare al partecipare, dal ‘fare il tifo’ al dialogare”. Chi non è pronto alla trattativa continua non sa cosa è la vera democrazia che significa mettere insieme pezzi diversi. Fare unità e fare giustizia è il compito della democrazia. Ciò significa che l’amore politico mira alla pace: perché democrazia e pace vanno a braccetto. La guerra distrugge l’unità e divide il popolo, il conflitto sempre deturpa l’anima di un popolo e tira fuori il peggio da ciascuno. La guerra rende impossibile il dialogo. La democrazia invece ne ha un bisogno continuo: è la sua aria senza la quale non respira e muore. Per questo pace e democrazia vanno assieme.
Con disperazione e dolore vediamo le due grandi guerre vicine di Ucraina e Gaza (e le tante solo un poco più lontane, come quelle africane) produrre più odio di quanto si possa immaginare, come degli ingranaggi perversi che non si fermano. C’è troppo odio diffuso, onestamente banale, che rimane, si solidifica e sfigura l’architettura spirituale e umana di intere generazioni. Tali conflitti, anche se non li “sentiamo” prossimi, come un veleno silenzioso stanno intossicando la nostra cultura democratica e l’aria che respiriamo, in altre parole il nostro vivere civile. Nessuno sfugge al lento avvelenamento della cultura – sia quella alta che quella popolare – e del convivere sociale: cambiano i progetti di vita, i gusti, le priorità, e le prospettive. Muta anche il modo di ragionare: si è più rassegnati e schiacciati sul presente, meno preparati a riflettere sul futuro che in genere viene percepito come minaccia e irto di pericoli. All’inizio del 1933, quando Hitler era appena andato al potere, lo scrittore Heinrich Mann pubblicò un libro preveggente intitolato “L’odio”, in cui raccontava come l’odio e il bellicismo si stessero impadronendo della Germania. È una lezione utile ancora oggi. Scriveva Mann: “nella mente delle persone civilizzate la guerra (…) è un’ossessione di cui non possono liberarsi nemmeno per sfinimento… quanto minore rispetto nutrono verso di sé, tanto più intenso è l’odio per gli altri: ‘se non possiamo combattere, vogliamo almeno odiare!’ (…) l’odio nazionale è il più vuoto, il più incomprensibile di tutti i sentimenti…”. Sappiamo com’è andata a finire. Tale clima di odio e guerra fa ammalare tutta la società e fa male soprattutto ai giovani che si trovano in un contesto in cui il futuro scompare, cancellato dalle minacce mentre dovrebbe essere il loro orizzonte naturale.
Oggi sembra che siamo rientrati in un simile clima: 59 guerre nel mondo secondo gli esperti, di cui due molto grandi e preoccupanti (Ucraina e Terra Santa). In pochi anni è avvenuto un cambiamento profondo: la pace è diventata un auspicio mentre la guerra una realtà. La guerra è stata rivalutata de facto come risolutrice di contese. Chi è diplomatico lo sa bene: viene messa troppo da parte l’arte della diplomazia considerata spesso inutile o ingenua, come se il dialogo fosse una specie di accanimento o, peggio, negare la realtà. Il discorso prevalente è quello di attrezzarsi alla guerra ad alta intensità, sull’esempio dell’Ucraina. “Prepariamoci ad essere carnivori: non possiamo restare erbivori in un mondo di carnivori”, ha detto recentemente un importante leader europeo. E così la conseguenza è fabbricare e acquistare più armi, con l’angoscia di non averne abbastanza. Forse questo accade perché abbiamo perso la memoria di cosa è la guerra, del terribile ingranaggio che rappresenta, della scelta di cercare una soluzione dei conflitti che non fosse proprio il ricorso alle armi. Si considera la pace un’idea da “anime belle”, a volte apprezzate, altre volte accusate per la loro ingenuità o giudicate come pericolose per la confezione che generano per chi pensa la guerra l’unica possibilità. In realtà solo a conoscere la storia per noi europei sembra di essere tornati a prima della grande Guerra, al tempo dei “sonnambuli” che caddero nella trappola bellica quasi senza accorgersene. La storia non si studia più: si vive solo il presente che è menzognero e pieno di fake news. Non a caso Papa Francesco ha appena scritto una lettera sulla storia e sullo studio della storia: ci vuole proteggere dagli effetti di uno sguardo superficiale degli avvenimenti.
Oggi la prospettiva della pace è oscurata da tante guerre. Il brutale attacco terroristico di Hamas a Israele e il rapimento di oltre 200 ostaggi ha innescato una rappresaglia senza fine, che smarrisce il senso del limite. In Ucraina siamo già al milione di morti con conseguenze atroci e inquietanti. Il mondo è in guerra su vari fronti. Merita di essere ricordato il Sudan con una guerra che sta spezzando il Paese e creando un grave danno alla gente costretta alla fame (2,5 milioni a rischio vita); i conflitti nel Sahel, in Ciad, Mozambico, in Kivu (RDC), in Sud Sudan e tanti altri. Davanti a tutta questa violenza si rimane rassegnati e impotenti, ma il messaggio che la Chiesa vuole portare a tutti è che sempre si può fare qualcosa. L’impotenza non è oggettiva, ma una scelta. La guerra inizia anche a casa propria: troppa violenza nelle nostre città, tra giovani e dei giovani. Una solitudine che si espande e crea isolamento e violenza anche nel mondo ricco. Esagerazione dell’autodifesa, parole dure di odio, hate speech, paura, razzismi, abbandono degli anziani, rifiuto degli immigrati trattati come scarti. La guerra inizia nel cuore dell’uomo e si fa cultura, diventa un disegno poi e poi esplode con le armi.
Come sfuggire al ricatto dell’ingranaggio della guerra? Come mai l’ONU non funziona come sarebbe necessario e il multilateralismo è in crisi? Sono domande diffuse nel vostro mondo e in molti si interrogano su cosa fare. Se la diplomazia sembra indebolita o umiliata, anche la politica appare debole e frastornata: tante riunioni internazionali, ma nessun freno apparente a queste derive. Non si riesce più a intervenire e sembra che non ci sia più nessun principio di autorità che possa imporre se non l’ordine almeno la calma e l’abbassamento delle tensioni. Le guerre sembrano perpetuarsi e diventare infinite: conflitti intrattabili. Come si dice in gergo diplomatico.
Voglio dire che nella sapienza della Chiesa – in particolare dei Papi del secolo scorso – i cattolici hanno compreso che la guerra non è uno strumento come un altro: si tratta di un ingranaggio del male che sfugge al controllo umano, come una palla di neve che scende a valle e aumenta fino a travolgere tutti. Ma soprattutto, malgrado tutta la sua violenza, la guerra appare per ciò che è: inutile. Ciò che accade a Gaza non darà uno Stato ai palestinesi né aumenterà la sicurezza di Israele. Allo stesso modo la guerra in Ucraina non servirà alla Russia per recuperare ciò che aveva ai tempi dell’Urss, né a Kiev per ottenere la vittoria. La vittoria è una chimera per tutti: non ci sarà vittoria per nessuno ma solo un cumulo di macerie. Sarà stato tutto inutile. Più conflitti producono nuovi conflitti o terrorismo; più guerra produce più vendette. È l’eternizzazione dei conflitti nell’attuale situazione geopolitica: una guerra che non finisce più ma che non ottiene nessuno degli obiettivi che si è data, da qualunque parte la si guardi.
Per uscire dal tunnel (o da più tunnel) occorre tornare a parlare di pace e delle ragioni della pace. Perché riparlare di pace? A che serve? Non è inutile perché ce n’è bisogno per disintossicare l’aria che respiriamo da troppi discorsi di guerra. Certo la pace non è mai perfetta. Ma bisogna rimetterla al centro dell’agenda internazionale. Bisogna moltiplicare l’iniziativa diplomatica, creare contatti, far uscire tutti dall’isolamento (che porta a visioni distorte), esplorare le prospettive dei diversi attori, trovare convergenze e compromessi. Si deve fare questo, perché non si può vivere sempre in guerra e di guerra: questo è il messaggio di Papa Francesco. Parlare di pace significa guardare in faccia la guerra e le sue conseguenze per quello che veramente è: partire non da ragionamenti astratti, geopolitici, ideologici, giuridici o politicisti ma partire dalle vite spezzate.
Da che parte stare dunque? La Chiesa non è neutrale, ma sempre dalla parte delle vittime. Il nostro punto di vista vuole essere quello delle vittime, soprattutto i bambini, gli anziani, le donne, i più poveri, chi non può fuggire. Dobbiamo ricordare che la guerra nasconde brutture di ogni tipo e trasforma chi combatte in peggio. La guerra deturpa l’anima dei popoli che la fanno o la subiscono. La guerra tira fuori il peggio da ciascuno. L’esperienza insegna che i Paesi che vi sono trascinati ne fuoriescono deteriorati, inaspriti, regrediti, peggiori di come vi sono entrati.
La pace non è facile, ma bisogna assumerla come prospettiva: un ribaltamento della cultura di guerra. Questo è il desiderio, sovente inespresso, di tanti popoli. Eredità della storia per gli europei, che dovrebbero ricordare gli orrori della Seconda guerra mondiale e della Shoah. Sulla base di questa memoria è stata realizzata la ricostruzione democratica in Italia: è lo spirito iscritto nella costituzione italiana che non volgiamo mai abbandonare. Ma vale per tutti.
C’è in realtà una domanda di pace nel mondo, molto diffusa ma non ascoltata e spesso silenziosa. Per i cristiani la guerra è un terreno impossibile: la guerra è sempre fratricida, nemica della vita (umana, di ogni essere vivente e della natura: in una parola del pianeta intero), un male da abbreviare al più presto e ad ogni costo. Per il Papa ogni guerra è sacrilega, contraria alla sacralità della vita umana, una “sconfitta vergognosa”. Per noi è la guerra il vero nemico: rappresenta la follia del male che va arrestato al più presto. Più il conflitto dura e più si favorisce il ciclo infinito delle vendette. Dobbiamo creare spazi di dialogo nei nostri quartieri in cui imparare l’arte del dialogo, soprattutto la stima per il dialogo. Di questo occorre parlare senza stancarsi, consapevoli che si tratta di una scelta di realismo. Gli idealisti illusi sono coloro che pensano che la guerra risolve. La guerra non risolve ed è inutile. Con lo sguardo fisso sulle vittime vorrei essere realista, cioè dirvi che soltanto la convivenza pacifica, fatta di un continuo negoziato tra popoli, religioni e identità diverse, può dare come frutto quell’unità del genere umano a cui tutti tendiamo. So bene che mi comprendete e che nel profondo della vita personale di ciascuno di voi qui, c’è tale anelito che è anche all’origine della vostra scelta di diventare diplomatici. Unità del genere umano vista come convivenza e non come omologazione, unità come vivere insieme pur restando ciò che siamo, diversi e plurali.
Davanti alle tempeste del tempo presente ci poniamo anche la domanda sulla democrazia e sul valore dei diritti umani, cioè della legge internazionale. Ciò che spaventa della democrazia liberale è la sua presunta incapacità a gestire le sfide dei tempi, impedendo le guerre, disordini, caos economico. La globalizzazione ha separato molto di più di quanto abbia unito e oggi va in crisi assieme a molti valori e al multilateralismo. Le regole internazionali non sono più seguite e tutti vorrebbero cambiarle: alcuni vorrebbero tornare alle antiche sfere di influenza; altri alla politica dei blocchi; le democrazie occidentali spingono sui diritti individuali ma usano il doppio standard; altri sistemi pensano piuttosto a dei valori e diritti comuni, cioè della comunità. Progressivamente anche nelle democrazie occidentali cresce quella parte di cittadini che accetterebbero una (magari temporanea) limitazione delle libertà pubbliche (attenzione: non quelle private!) in cambio di sicurezza e di migliori performance economiche. Basta non andare a intaccare le decisioni soggettive delle persone, quelle sull’identità e i valori, sul modo che scelgono di vivere e/o di identificarsi. Ci sono dei Paesi precursori: reazionari sui migranti; sovranisti contro l’unità europea; laicisti contro la religione; libertari e fochisti per le scelte individuali; pub del mercato finanziario globale quasi da paradiso fiscale; favorevoli alla guerra. È tutta una contraddizione. D’altronde anche i vecchi fascismi del secolo scorso avevano dovuto patteggiare con il settore privato e trovato un limite nella religione.
C’è tuttavia una condizione imprescindibile: se il modello illiberale non riesce a compiere lo scambio “controllo-prosperità” è destinato a fallire. In tal caso per mantenersi gli resta solo la (antica) risorsa del nemico esterno come capro espiatorio a cui addossare le colpe, cioè in ultima analisi la guerra che inizia sempre come guerra interna contro i più poveri, i diversi e i devianti, gli ultimi (migranti, rom ecc.), per poi rivolgersi contro lo straniero. Il modello democratico illiberale si configura dunque non come un regime ‘repressivo’ (al pari dei vecchi autoritarismi di un tempo) ma ‘preventivo’ delle libertà pubbliche, in particolare utilizzando la tecnologia di tracciamento, riconoscimento facciale e della sorveglianza digitale. Possiamo osservare che il desiderio di controllare a monte le reazioni sociali è diventata l’aspirazione di tutte le democrazie, comprese quelle più avanzate in tema di diritti. In questo senso la democrazia controllata o limitata non è un ritorno indietro a vecchie forme di fascismo, ma piuttosto un’inattesa evoluzione che prospetta il futuro collettivo.
La Chiesa ha esempi illustri di chi ha cercato di difendere democrazia e pace allo stesso tempo, puntando sul valore della convivenza mediante lo strumento dell’amore politico. Potrei fare tanti esempi, ma mi limito a quello di Giorgio La Pira, il sindaco santo, che volle fare della sua città un centro di dialogo andando oltre la cortina di ferro e superando anche l’odio tra ebrei e musulmani, tra israeliani e palestinesi. Firenze divenne per un certo tempo un crogiuolo di convivenza mediterranea di cui oggi ci sarebbe molto bisogno. I Dialoghi Mediterranei (MedDialogues) organizzati ogni anno dal Ministero degli Affari esteri dovrebbero tener conto anche di tale aspetto. Un altro esempio illuminante è la decisione di Papa Giovanni Paolo II di fare di Assisi il cuore del mondo mediante la preghiera interreligiosa del 1986. C’ero e posso testimoniare direttamente quanta leadership morale ci fu da parte del Papa, riconosciuta da tutti, anche dai musulmani. Il cammino di dialogo proseguito dalla Comunità di Sant’Egidio (a cui il ministro Antonio Tajani ha partecipato a Berlino), dimostra l’utilità dell’incontro fraterno come costruzione di un terreno comune.
Ciò è tanto più necessario oggi, tempo di guerre spaventose, una dimostrazione molto concreta di amore politico per il nostro mondo caotico. Fa parte di quella che Papa Francesco ha chiamato la capacità di “organizzare la speranza”. Che fare allora? “Dobbiamo essere voce – dice Francesco – voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Questo è l’amore politico, che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. Questo è l’amore politico. È una forma di carità che permette alla politica di essere all’altezza delle sue responsabilità e di uscire dalle polarizzazioni, queste polarizzazioni che immiseriscono e non aiutano a capire e affrontare le sfide”. Mi paiono le parole più chiare su cui non c’è nulla da aggiungere e che diventano il nostro programma.
Le risorse della diplomazia umanitaria
Lectio magistralis tenuta all'Università di Trieste il 29 aprile 2024 dal Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, in occasione dei 50 anni del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, nel Centenario dell’Università degli Studi di Trieste.
Premessa
Ringrazio di cuore di questa opportunità. Parlare è sempre un modo per approfondire, capire meglio, cercare nuove risposte a sfide che cambiano continuamente. Poterlo fare da questa città che porta le cicatrici della guerra, della divisione e allo stesso tempo anche la consapevolezza che la conoscenza supera tutti i muri. Le frontiere non sono mai ermetiche, ma porose, attraversate come sono da una fraternità che le supera, perché questa non può conoscere muri. L’Università poi è proprio per sua natura indispensabile strumento per capire nel profondo, per superare i muri andando alle cause profonde, quelle che poi possono unire, se risolte. Non c’è pace senza questa comprensione. Qui avete sempre imparato a parlare tante lingue, indispensabili per conoscersi per davvero. Occorre preparare la pace, perché altrimenti non si prepara che la guerra e questa porta alla guerra, non alla pace. C’è bisogno di preparare le nostre persone alla pace, altrimenti non la sappiamo cercare. Tra le preparazioni della pace c’è senz’altro anche la giustizia e quella riparazione che è il perdono e un incontro che sani le ferite profonde, rimuova l’odio, disarmi le mani e i cuori. Infine una considerazione sull’importanza della diplomazia. Ne abbiamo un enorme bisogno. Un diplomatico cercherà sempre di trovare una via di uscita ai problemi, non si arrende, perché è il suo mestiere, ma anche perché c’è sempre una via di uscita. La politica deve ascoltare i diplomatici e voi farlo come umanitari, perché solo se c’è una visione alta e una conoscenza profonda la diplomazia può capire le situazioni e quindi anche le soluzioni. L’umanitario svolge anche una grande opera di diplomazia, che non è parallela, ma di collaborazione. Questa è stata la “formula italiana” come disse Boutros Boutros Ghali in occasione della firma degli Accordi di pace per il Mozambico nel 1992, capaci di usare l’istituzionale (il governo italiano e anche gli osservatori inclusi nel negoziato successivamente per una migliore applicazione dello stesso) e il non governativo (la Comunità di Sant’Egidio), il formale l’informale, in un’alleanza virtuosa. Vi auguro di diventare diplomatici pieni di umanità, di professionalità. Perché sappiamo fare funzionare le istituzioni, specie quelle sovranazionali, ma anche valorizzare il ruolo della diplomazia umanitaria. Preparare la pace significa anche le difese di questa, compresa la stessa difesa, che però è dentro il mantenimento della pace e non l’erede del Ministero della Guerra! Questa è ripudiata e non rimettere in discussione il ripudio vuol dire cercare gli strumenti indispensabili internazionali, multilaterali per i quali dobbiamo interrogarci se serve perdere sovranità o per rinnovarli e renderli efficaci. Tra questi anche l’Europa. È possibile non avere una politica estera unita e di conseguenza una Difesa e dei Servizi di Sicurezza unici, centrali e locali, ma unitari? Tutto può cambiare, ma per cambiare dobbiamo aspettare la tempesta della guerra che, purtroppo e a che prezzo, costringe a decisioni nuove? Non possiamo cambiare consapevolmente evitando le tragedie militari?
La pace è un’invenzione
Scrive Henry Maine a metà del 1800: “la guerra appare vecchia come l’umanità mentre la pace è un’invenzione moderna”. Malgrado le visioni profetiche delle quali è piena la Bibbia, che hanno ispirato tanti testimoni della fede, teologi e anche filosofi di ogni periodo, per secoli la pace è sembrata soltanto una parentesi tra due guerre, mentre queste ultime erano considerate la triste e ineluttabile realtà della vita umana. La pace era una tregua. Anche uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II, iniziato dobbiamo ricordarlo solo 17 anni dopo la fine della guerra e che ne riportava con vivezza gli orrori e le speranze, parlava della pace come una tregua. “Qualunque cosa si debba pensare di questo metodo dissuasivo, si convincano gli uomini che la corsa agli armamenti, alla quale si rivolgono molte nazioni, non è una via sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile. Le cause di guerra, anziché venire eliminate da tale corsa, minacciano piuttosto di aggravarsi gradatamente. E mentre si spendono enormi ricchezze per la preparazione di armi sempre nuove, diventa poi impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie così grandi del mondo presente. Anziché guarire veramente, nel profondo, i dissensi tra i popoli, si finisce per contagiare anche altre parti del mondo. Nuove strade converranno cercare partendo dalla riforma degli spiriti, perché possa essere rimosso questo scandalo e al mondo, liberato dall’ansietà che l’opprime, possa essere restituita una pace vera. È necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c’è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi. Ammoniti dalle calamità che il genere umano ha rese possibili, cerchiamo di approfittare della tregua di cui ora godiamo e che è stata a noi concessa dall’alto, per prendere maggiormente coscienza della nostra responsabilità e trovare delle vie per comporre in maniera più degna dell’uomo le nostre controversie. La Provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo noi stessi dall’antica schiavitù della guerra” (GS 81). Mi sembra un ammonimento così vero, drammaticamente, ancora oggi, con il rammarico o forse sarebbe più giusto il peccato per tante occasioni perdute per farlo.
In altre parole, la guerra veniva pensata come un normale modo di vivere e come la prassi ordinaria delle relazioni tra popoli, nazioni e imperi. Solo molto tardi, verso la metà del XIX secolo e più in particolare con l’inizio del XX, si è iniziato a parlare di pace come realtà giuridica stabile e come modalità di rapporto tra poteri. È significativo considerare che si tratta dello stesso periodo in cui nasce anche il concetto di “umanitario”: l’idea cioè che occorra umanizzare la guerra, diminuire per quanto possibile la violenza e considerare la vita umana come qualcosa da difendere anche mediante una nuova concezione del diritto in ambito internazionale. È noto che la Chiesa ha sempre difeso – per quanto possibile – il concetto della sacralità della vita, intervenendo anche in tempi antichi o durante il Medioevo, come dimostrano ad esempio la norma dell’asilo e in generale ogni forma di protezione offerta dalle autorità ecclesiastiche. La testimonianza più luminosa di tale tradizione sono la vita e l’insegnamento di Francesco d’Assisi. Successivamente possiamo citare, tra gli altri, gli esempi di Erasmo da Rotterdam che critica la violenza religiosa e quello di Bartolomeo de Las Casas che difende gli indigeni in America da violenza e schiavitù. Nel Seicento, quaccheri e mennoniti iniziano a immaginare società non violente, anche se pur sempre in ambito religioso e separandosi dal resto della società. Tuttavia tutte queste innovazioni non erano ancora divenute patrimonio del diritto consuetudinario né di quello elaborato progressivamente dalle nazioni o dagli imperi.
È con il XIX secolo che iniziano ad essere immaginate forme di difesa della vita nella vita civile e anche in guerra, con i primi principi di diritto internazionale. La terribile mortalità della guerra di Crimea (1853-56) aveva già molto colpito le opinioni pubbliche inglese e francese, tenendo presente che ciò corrispose alla nascita della fotografia e alla conseguente pubblicazione di immagini sui giornali dell’epoca. Negli Stati Uniti quasi contemporaneamente il Paese restò ammutolito davanti alla terribile carneficina della guerra di secessione (1861-65) che si stima abbia prodotto 700.000 morti e che diede la spinta decisiva per la abolizione della schiavitù. Nella seconda metà del XIX secolo nacque il comitato internazionale della Croce Rossa di Ginevra (su iniziativa di Henri Dunant rimasto sconvolto da ciò che aveva visto a Solferino nel 1859) che darà vita ad una imitazione che si trasmette a livello globale. Pochi anni dopo si formano le prime organizzazioni umanitarie, sorte a ridosso della prima guerra mondiale. Un’eccezione della fine secolo precedente è la Pax Perpetua di Kant che sarà molto ripresa nel secolo successivo, un progetto che deve molto allo spirito antischiavista e filantropico dell’Illuminismo e che rappresenta una forma iniziale di proto-pacifismo umanitario.
In definitiva si può dire che dottrina giuridica sulla pace e diritto internazionale umanitario nascono assieme. Da quel momento si può parlare di “diplomazia della speranza” cioè della possibilità della pace mediante il principio dell’inviolabilità della vita, dell’antischiavismo, della non-violenza e dell’antirazzismo nascente. Difesa della vita e pace sono connesse. Tutto il diritto umanitario, che viene codificato dalle convenzioni di Ginevra fino alla corte penale internazionale, deriva da quel periodo: all’inizio del XX secolo sono numerosissimi gli autori che immaginano la pace universale e quelli che iniziano a codificare il diritto umanitario sotto i suoi vari aspetti. Entrambi sono messi a tacere dalla grande guerra, della quale ricordo tuttavia la tregua spontanea del Natale del 1914 e del 1915, che fece scandalo nei circoli patriottici ma rivelò il senso cristiano radicato nel cuore dei popoli europei. Gli sforzi per un discorso di pace e umanitario riprendono subito dopo il conflitto e i loro sogni si concretizzano con la nascita Società delle Nazioni: è il punto di arrivo di un multilateralismo nascente, assieme a tante altre iniziative, tra le quali giova ricordare il passaporto Nansen (che oggi non esiste mentre sarebbe molto utile). Il passaporto per i rifugiati e gli apolidi fu utilizzato subito dopo la grande guerra per le varie crisi di profughi (pensiamo solo alla strage degli armeni e allo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia ad es.). Ludwik Lejzer Zamenhof (1859-1917), inventore della lingua universale dell’esperanto convinto che le divisioni umane e le guerre avessero come causa principale la diversità linguistica, propose una lingua unica. Con la seconda guerra mondiale il mondo dell’umanitario e della pace si deve confrontare con l’indicibile: l’abisso della Shoà che porta ad una viva coscienza dell’assurdità della guerra. È la coscienza del never again – del mai più la guerra – che sarà l’eredità di un’intera generazione e sarà il grido di Paolo VI all’ONU: “Questo messaggio viene dalla Nostra esperienza storica; Noi, quali ‘esperti in umanità’, sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso”. […] Non gli uni contro gli altri, non più, non mai! […] L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità. […] Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità! […] Ma voi siete ancora in principio: arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua storia? È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi; e le vie sono già segnate davanti a voi; e la prima è quella del disarmo. Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l’uomo rimane l’essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i Popoli attendono da voi, questo si deve ottenere! Cresca la fiducia unanime in questa Istituzione, cresca la sua autorità; e lo scopo, è sperabile, sarà raggiunto. […] Dicendo queste parole Ci accorgiamo di far eco ad un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri. Voi non vi contentate di facilitare la coesistenza e la convivenza fra le varie Nazioni; ma fate un passo molto più avanti, al quale Noi diamo la Nostra lode e il Nostro appoggio: voi promovete la collaborazione fraterna dei Popoli”.
Dal secondo dopoguerra per il mondo umanitario e della non-violenza (obiettori di coscienza e antimilitaristi), si fa strada l’idea della totale abolizione della guerra e non solo dell’attenuazione dei suoi effetti o della sua umanizzazione com’era stato fino ad allora. Nel ripudio costituzionale della guerra c’è proprio questa convinzione. Lo aveva chiesto Sturzo, dopo la Prima guerra mondiale, Mazzolari, come lo stesso Paolo VI: “Non è utopia, è progresso, oggi più che mai reclamato dall’evoluzione della civiltà, e dalla spada di Damocle d’un terrore sempre più grave e sempre più possibile, che le pende sul capo. Come la civiltà è riuscita a bandire almeno in linea di principio la schiavitù, l’analfabetismo, le epidemie, le caste sociali . . .. malanni cioè inveterati e tollerati come fossero inevitabili e insiti nella triste e tragica convivenza umana, così bisogna riuscire a bandire la guerra. la buona creanza dell’umanità che lo esige. È il tremendo e crescente pericolo d’una conflagrazione mondiale che lo impone”.
La guerra strumento obsoleto
Nel contempo la guerra stessa è cambiata e con essa la mentalità che la accompagna. Dopo la Seconda guerra mondiale e con le guerre di liberazione anti-coloniali, la guerra assume due nuovi aspetti: il rischio del conflitto nucleare tra le due superpotenze e la proliferazione dei conflitti irregolari (oggi chiamati ibridi) promossi da ribelli, milizie o terroristi. È la situazione che ci ritroviamo ancora oggi. Non è un caso che lo stesso jihadismo islamista utilizzi la lotta al colonialismo per giustificare la propria battaglia, inserendoli a pieno titolo nella sua narrazione. Nella terminologia militante dei ribelli e dei terroristi è iscritta la volontà di contrastare il – secondo loro ‑ sempre rinascente spirito neo-coloniale che spinge l’Occidente a voler controllare il mondo. La vecchia terminologia di origine comunista rivive oggi nella sua versione antagonista e anti occidentale. La manipolazione e il riutilizzo sempre aggiornato della vicenda anti-coloniale non è soltanto una prerogativa islamista: è aumentata con la guerra in Ucraina e viene usata dal presidente Putin; è utilizzata dal recente neo-ottomanesimo del presidente Erdogan per rivendicare – da Sarajevo a Mossul – gli antichi territori dell’impero persi dopo la prima guerra mondiale ma è utilizzata anche dalla Cina per lamentare l’egemonia occidentale sull’economia finanziaria. Ritroviamo anche segni di tale vis polemica in certi discorsi di leader africani o asiatici, spesso fatti ad uso interno e non sprovvisti di accenti molto severi per l’Occidente. Per i popoli arabi il colonialismo resta il principale criterio della disputa con Israele. Come aggravante, in questi ultimi 15-20 anni le operazioni militari occidentali ed internazionali in genere, non hanno dato buona prova di sé, salvo eccezioni. Le ripetute guerre in Iraq ed ora Siria non solo non hanno risolto nulla ma hanno peggiorato la situazione, che si è trasformata in numerosi crogioli di terrorismo. Lo stesso si può dire per l’Afghanistan, alla fine abbandonato ai talebani. Per gli Stati Uniti il campanello d’allarme era già suonato con la guerra del Vietnam che la superpotenza militare americana non era riuscita a vincere, provocando oltre Atlantico un vero trauma nazionale (oltre che alla nascita di un forte movimento pacifista, che rinasce oggi con il black lives matter e la contestazione nelle università). Lo stesso si può dire per gli eventi in Iran, dalla rivoluzione islamica del 1979. L’Occidente non vince più una guerra da tempo come d’altronde nessuno, dimostrando così la tesi che – almeno negli ultimi due decenni – la guerra appare per quello che è: uno strumento obsoleto che non raggiunge gli obiettivi che si è data anche quando viene fatta in nome della pace o dei diritti umani. Al di là delle ragioni etiche e politiche per un suo ripudio, che pure sono essenziali, si può constatare un dato fattuale: le guerre sono inutili o addirittura peggiorano la situazione. Nessuno più riesce a vincerle, a parte qualche successo tattico parziale. La guerra in corso in Ucraina tende a perennizzarsi in un lungo conflitto di attrito senza vincitori né vinti; quella di Gaza non darà sicurezza a Israele né uno stato ai palestinesi. È venuta l’ora di prendere consapevolezza di tale dato e concentrarsi sulla creazione di nuovi strumenti per mantenere l’ordine internazionale.
Ingerenza umanitaria?
L’ingerenza umanitaria fatta mediante le operazioni militari non ha dato risultati probanti, anzi spesso ha tradito la ragione stessa che invocava. Esistono a tale livello complessi aspetti politici e di legittimità dello strumento: è una questione aperta alle Nazioni Unite sul quando e come è lecito e legittimo intervenire. La tesi dell’“ingerenza umanitaria” – estensione dei valori democratici sulla base del rispetto dei diritti dell’uomo –, assieme alla sua versione edulcorata di “responsabilità di proteggere”, si è rivelata fallace, anche perché di difficile applicazione. La necessità di essere legittimata dal diritto internazionale si scontra con la mancanza di unanimità nei fori internazionali. La moltiplicazione delle crisi, la circolazione dell’informazione che rende intollerabile ogni passività almeno in Occidente, la frequenza dei fallimenti degli interventi, la riluttanza a fornire risorse militari nel quadro delle Nazioni Unite: sono altrettanti elementi contraddittori di un dibattito ancora aperto. Invocare un nuovo regime di tutela internazionale o delle Nazioni Unite su territori incapaci di auto-amministrarsi nel rispetto dei diritti, espone all’accusa di voler reinventare una forma di colonialismo. Sconsigliare la tenuta di elezioni premature che consacrerebbero il monopolio di una fazione o creerebbero le condizioni per il conflitto, sembra tradire il politicamente corretto. Con la Conferenza di Roma del 1998 è stata creata la Corte penale internazionale che aggiunge altre ragioni di contrapposizione tra chi sostiene l’universalità del diritto internazionale e chi rimane legato alla regola della non-ingerenza, voluta dall’Occidente stesso dopo la Seconda guerra mondiale. La Corte crea problemi anche alla mediazione internazionale, sia quella istituzionale dell’ONU che quelle indipendenti, riducendo lo spazio di negoziato tra belligeranti con conseguenze che paiono talvolta favorire la continuazione dei conflitti. In certi casi la minaccia di adire alla Corte è stata usata dalla parte istituzionale di una crisi per minacciare l’altra, divenendo un elemento divisivo piuttosto che un contributo alla soluzione. Tra la vecchia, ancora valida, dottrina della non-ingerenza negli affari interni di un paese (in base alla quale furono condannati i criminali di guerra nazisti a Norimberga nel capo di accusa n. 1 sulla guerra di aggressione), e quella più recente dell’intervento umanitario o della giustizia internazionale, è difficile districarsi. Dopo il crollo dell’URSS, la società civile internazionale aveva creduto di scoprire nei diritti umani – come sostiene Ignatieff – “una causa al di sopra della politica”, degna di essere abbracciata a costo di scontrarsi con il criterio assoluto della sovranità degli Stati che fino a quell’epoca aveva trionfato come regola unica. Tuttavia, con una certa secchezza, Tzvetan Todorov sostiene che “l’ingerenza distrugge lo Stato nazionale (ma) gli abitanti di un paese godono di molti più diritti come cittadini di uno Stato che come appartenenti alla razza umana. Diritti dell’uomo non garantiti dalle leggi di uno Stato non servono a molto […] l’anarchia è peggio della tirannide […]”. Da un decennio si parla anche di “guerra umanitaria” cioè di conflitto a fini umanitari, con una chiara contraddizione in termini, per salvare una popolazione in pericolo, come è stato fatto per certi versi in Libia o in Iraq. La “guerra umanitaria” ha reintrodotto concettualmente la possibilità di fare una “guerra giusta”, dottrina che pareva ormai superata, facendo compiere alla coscienza internazionale un passo indietro piuttosto che un ulteriore avanzamento sulla via del ripudio della guerra. Su tale questione la discussione si è riaperta con il conflitto in Ucraina: esiste secondo alcuni la possibilità di considerare quella guerra come giusta perché difensiva e posta in relazione ad un’evidente aggressione. Tuttavia, seguendo l’insegnamento di Papa Francesco nella Fratelli tutti, credo si possa dire che ogni conflitto è ingiusto e ingiustificabile. Il Papa esprime con decisione l’esperienza di umanità della Chiesa: “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come l’ha trovato”. Sfigura il volto dell’umanità. Lo dicono due guerre mondiali. Lo gridano i gravi conflitti in corso. Mai la guerra rende il mondo migliore. È la verità della storia, tuttavia, assistiamo a una diffusa “perdita del senso della storia”, dice l’enciclica. Se ne smarrisce la memoria nel presentismo egocentrico o in contrapposizione esacerbate. Le parole del Papa ci scuotono da un sonnambulismo che scaturisce dalla sola logica del conflitto: la guerra –scrive – “è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male”.
Oggi si affievoliscono purtroppo le tre grandi linee di tendenza che hanno animato dal secondo dopoguerra il dibattito internazionale mirato alla messa al bando della guerra: il disarmo (vediamo come i trattati di quello nucleare siano stati denunciati quasi tutti, rendendo il mondo più pericoloso); l’introduzione di norme universali sulla base dei diritti umani (le critiche al diritto umanitario sono sempre più frequenti) e la prevenzione della guerra tramite nuove forme di diplomazia e di mediazione. Su quest’ultimo tema direi che sono stati fatti dei passi avanti ma la riabilitazione della guerra per risolvere le contese infragilisce il contesto generale.
La lezione della Chiesa
Il discorso sulla pace o e sul rifiuto della guerra per ragioni umanitarie ha ricevuto un importantissimo impulso e sostegno dalla posizione della Chiesa cattolica e dei pontefici del Novecento che, da Benedetto XV durante la Prima guerra mondiale a Pio XII di fronte alla Seconda, fino alle più recenti posizioni di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di Francesco, hanno condannato la guerra in quanto tale, portando alla sua totale delegittimazione morale. Nel 1963 Giovanni XXIII aveva scritto la Pacem in terris indirizzandola per la prima volta a tutti gli uomini di buona volontà e non solo ai cattolici. Il Papa stesso era intervenuto in maniera decisiva nella crisi di Cuba e aveva iniziato una forma di disgelo con i sovietici. Quell’episodio è tornato alla ribalta oggi a causa del rischio di utilizzo dell’arma nucleare minacciato dalla Russia in Ucraina. L’insegnamento dei Papi è segnato da una crescente domanda di pace: Benedetto XV, durante la Prima guerra mondiale parlò di “inutile strage”; Giovanni Paolo II definì la guerra una “avventura senza ritorno”. È un insegnamento che ha rappresentato in questi anni una grande alternativa culturale. Nella Chiesa la convinzione che la guerra sia un’avventura senza ritorno è maturata nell’esperienza di tanti mondi dolorosi segnati da essa: vedere da vicino realtà di guerra e di conflitto, con tutta la loro drammaticità, viverla sulla propria pelle in tanti luoghi del mondo, mettersi dalla parte delle vittime e dei civili. È ciò che la Chiesa sente profondamente in Ucraina e anche a Gaza. La coscienza della Chiesa cattolica si è andata chiarificando progressivamente, ma non si è mai trattato di una strada facile. L’appello contenuto nella Nota del 1917 di Benedetto XV non venne ascoltato: molti cattolici ed importanti ecclesiastici erano completamente immersi nel clima patriottico di quegli anni e la respinsero (sui giornali francesi si parlava di “Pilato XV”). Così accadde anche durante il secondo conflitto, per scongiurare il quale Pio XII aveva detto: “nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”. Come sappiamo la polemica successiva sui “silenzi di Pio XII” nasce anche dalla posizione imparziale e apparentemente non schierata del pontefice. Successivamente anche durante le guerre coloniali, in varie occasioni scoppiarono polemiche sulla linea della Chiesa: molti fedeli europei rimanevano legati ad una visione nazionalistica passionale. Progressivamente è emerso tuttavia quanto la guerra, e la guerra mondiale in particolare, fosse un terreno invivibile per la Chiesa. In qualità di “internazionale di popoli diversi”, la Chiesa non può ammettere il conflitto che le appare sempre una guerra civile: dal suo interno matura progressivamente un’esigenza più vasta che abbraccia tutti i popoli e tutte le religioni, con un anelito a preferire sempre la pace. La Santa Sede, istanza sovranazionale, dà voce a tale coscienza; si attiva a livello umanitario; diviene una centrale per la ricerca e la salvezza dei rifugiati (si pensi alla sua attività durante la Seconda guerra mondiale) e poi si allarga a tanti altri terreni umanitari, fino a giungere alla mediazione. Il papato del XX e XXI secolo è intimamente legato all’impegno per la pace tanto da trasmetterne il valore e riversarne il contenuto nel dialogo interreligioso iniziato – com’è noto – con il Concilio e che ricevette un forte impulso da Giovanni Paolo II mediate l’incontro ad Assisi nel 1986, proseguito in seguito dalla Comunità di Sant’Egidio. Pace e dialogo diventano così un tutt’uno, connesse assieme all’aiuto umanitario. Giovanni Paolo II, papa dalla profonda sensibilità geopolitica, individuò nelle “transizioni pacifiche” il metodo cristiano di risoluzione dei conflitti. Accettò per la Santa Sede un ruolo di mediazione sul canale di Beagle tra Cile e Argentina; intervenne personalmente nelle transizioni democratiche del Cile e delle Filippine e sostenne le attività di mediazione della Comunità di Sant’Egidio in Mozambico, in Africa e in America Latina, come posso anche testimoniare personalmente. Il tramonto della guerra fredda divenne per lui – e per molti dopo di lui – l’occasione per riflettere su un nuovo sistema di relazioni internazionali che ancora stiamo cercando e che in questi mesi sembra quasi un miraggio.
Un nuovo multilateralismo
Dopo le grandi manifestazioni per la pace del 2003 contro le guerre del Golfo, progressivamente la sensibilità pacifista e umanitaria è parsa scemare, inabissandosi: nessuno ha manifestato contro le guerre di Siria o di Libia, per non parlare di quelle africane. Oggi davanti ai conflitti in corso e alla rottura del dialogo internazionale, vediamo con quanta urgenza il mondo avrebbe bisogno di un rilancio del multilateralismo in un’epoca nella quale le diseguaglianze aumentano e molti stati diventano fragili al loro interno o addirittura falliscono. Ma la fiducia nell’efficacia del dialogo multilaterale è venuta meno. Il britannico Mark Leonard, direttore dell’European Council on Foreign Relations, ha chiamato la nostra epoca the Age of Unpeace: intraducibile in italiano perché non vuol dire propriamente “senza pace” ma “che disfa la pace”, come una tela di Penelope che si scompone. Si sente parlare di brutalizzazione delle relazioni internazionali, di corsa alla potenza e di competizione di modelli contrapposti. Nell’età di unpeace si esclude in partenza che la pace globale possa reggere. Credo che ciò non sia vero. Il desiderio di pace è molto forte tra i popoli, tra la gente semplice (è un’attesa della povera gente avrebbe detto La Pira), tra le donne, le madri, i poveri. Il clima bellicista è una nebbia emozionale creata ad arte, per confondere lo spirito dell’opinione pubblica e far apparire la guerra come unica possibilità. Ma la guerra è una questione troppo seria che necessita di una lucida, allarmata e urgente riflessione: cosa fare per uscirne, per ricreare quel quadro multilaterale che ci protegga? Come ha più volte dichiarato il Presidente Mattarella, noi italiani abbiamo la nostra Costituzione repubblicana basata sul ripudio della guerra, che spinge a cercare sempre canali di dialogo anche quando infuria la battaglia, pur senza mettere in dubbio le appartenenze e alleanze internazionali. Tale sensibilità è figlia di una cultura politica democratica e trasversale. Si tratta della nobile arte del dialogo: non è ingenuità ma realismo che immagina il domani già da oggi cioè cerca la luce in tempi oscuri. Sempre si può fare qualcosa per la pace: come disse Miep Gies, la segretaria che nascose la famiglia Frank ad Amsterdam: “anche una normale segretaria, o una casalinga, o una adolescente possono accendere una piccola luce in una stanza buia”. È lo spirito fattivo che deve molto all’umanesimo europeo costruito nei secoli il quale mira alle tattiche elettive per risparmiare il sangue. Pensare ad un domani di pace è la caratteristica delle democrazie: esse non vivono di guerra come i regimi autoritari, non è il loro terreno. Mentre tutto minaccia di bruciare attorno, occorre mettere assieme le migliori energie ed intelligenze per trovare una via di uscita ridando fiducia al dialogo e al negoziato, senza che tale sforzo venga considerato scandaloso. Preparare la pace già ora perché il domani sia stabile. Ce lo chiedono le vittime di queste guerre: le vittime ucraine ma anche il grido soffocato di tanti russi che non possono parlare, le vittime del pogrom del 7 ottobre e quelle di Gaza. La società civile internazionale e le sue innumerevoli organizzazioni e associazioni, cerca di farsi ascoltare in tale difficile contesto, introducendo il concetto di “sicurezza umana” da affiancare a quella della sicurezza degli Stati. Ci chiediamo ad esempio come preservare la sicurezza di Israele senza mettere a repentaglio quella di tanti palestinesi ormai senza casa e senza futuro. Tale tentativo riceve certamente il sostegno delle Nazioni Unite e degli organismi internazionali (oltre 200, quindi più numerosi degli Stati membri) anche se ora sono molto criticate proprio per la loro posizione imparziale. D’altronde ci chiediamo: come potrebbero fare diversamente?
Democrazia
In Italia abbiamo avuto un’anticipazione di tale dialettica con la contrapposizione tra Stato e società civile sulla salvezza nel mare a sud di Lampedusa dei migranti, una sfida tra navi militari, interessi nazionali e imbarcazioni delle ONG che rivendicano il loro diritto a salvare (cioè “proteggere”) qualunque vita umana senza distinzioni. Le polemiche su tale contesa proseguono ma la loro natura non è diversa da quelle che infuriano a Gaza con le Nazioni Unite. In altre parole: in una situazione di emergenza (come una guerra o una crisi umanitaria o un afflusso di rifugiati) a cosa occorre dare priorità: alla difesa della vita umana o ai pur legittimi interessi di uno Stato? Va detto che dal punto di vista del diritto internazionale le ONG stanno difendendo l’ultimo pezzo di multilateralismo ancora operante. C’è da scommettere che un domani ciò andrà a vantaggio degli stessi Stati che oggi le contrastano. È necessario quindi un salto di intelligenza: opporre sovranità alla giustizia internazionale e interesse nazionale a impegno umanitario conduce solo in un vicolo cieco. Questioni simili non si sciolgono con formule riduttive o imposizioni esterne che risulterebbero fallimentari perché attraversano culture, sensibilità e storie diverse. La questione dei diritti dell’uomo è percepita da dissimili punti di vista e divide da sempre la comunità internazionale. La democrazia è legata a valori universali che le procurano una forza emancipatrice. Tuttavia chi crede nella democrazia si sottopone liberamente e volontariamente agli obblighi morali che ne derivano e che le istituzioni devono garantire. Com’è noto la storia dell’avvento della democrazia in Europa non è stata lineare: ha avuto bisogno del consenso dei cittadini che in alcuni casi è giunto tardi, dopo amarissime esperienze. Pensare di forzare i tempi in altri contesti non è saggio, anche se le violazioni dei diritti umani non possono mai essere tollerate. La transizione verso la democrazia può essere lunga e accidentata, fatta di vari elementi che lentamente si conciliano, legata all’esperienza concreta di un popolo. Così come la pace si comunica, la democrazia non si impone ma si compone. E mai come in questa stagione dobbiamo farla crescere, difenderla, appassionare, fare crescere la consapevolezza dei rischi dell’indebolimento della democrazia e la necessità di uno spirito costituente che la rafforzi.
Per una nuova condivisione dei valori fondanti dell'Unione Europea
Il Prof. Alessandro Monti è Ordinario di Teoria e politica dello sviluppo già Facoltà di Giurisprudenza, Università degli Studi di Camerino (MC). Propone un approfondimento sulla situazione attuale dell’Europa in vista delle prossime elezioni. Per il Movimento Rinascita Cristiana Alessandro Monti ha scritto: “Una profezia a fecondità differita. Dalla Pacem in Terris all’Evangelii Gaudium nel segno dei diritti dei poveri” Quaderno di Rinascere n. 14., dicembre 2014.
Il lungo e tormentato iter per la costruzione di una Europa unita avviato nel dopoguerra con il Trattato di Roma del 1957 e la creazione della CEE e della CECA, non sembra arrivato alla sua conclusione. Siamo tuttora alla ricerca di una coerente identità politica nello spazio pubblico europeo. Appare non solo lontana l'unificazione politica e fiscale dopo quella commerciale e monetaria. Ma resta incompleta anche la dimensione sovranazionale delle istituzioni dell'Unione Europea (UE) create dai vari Trattati che si sono succeduti in questi ultimi anni. Prevale invece la dimensione intergovernativa con ricorrenti vertici tra capi di Stato o di Governo. Paradossalmente la dimensione sovranazionale del Parlamento Europeo istituito nel 1979 si esprime pienamente solo al momento delle consultazioni elettorali
A ben vedere la difficile integrazione tra i 27 Stati Membri della UE riflette l'affievolito interesse dei loro cittadini per le questioni comunitarie, ritenute distanti e ininfluenti. Interesse che il sistema mediatico non contribuisce a suscitare e accrescere e che la modesta partecipazione al voto (attorno al 50% degli aventi diritto) testimonia emblematicamente.
Cosa si può fare per superare questa situazione di stallo e rilanciare il processo di integrazione europea su nuove e più condivise basi comuni?
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L’attuale situazione |
Il Parlamento Europeo ha tentato di fronteggiare l'impasse approvando il 22 novembre 2023 una risoluzione con dettagliate proposte di riforma dei Trattati europei - Trattato sull’Unione europea (TUE), Trattato sul Funzionamento dell’UE (TFUE) e Carta dei diritti fondamentali dell’UE (CDF). - incluso il superamento del potere di veto ora riconosciuto ai singoli Stati nelle riunioni del Consiglio Europeo. che spesso paralizza importanti provvedimenti di interesse generale.
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VALORI FONDANTI DELL'UNIONE EUROPEA
Articolo 2
L'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.
Articolo 3 - La pace
1. L'Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli.
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Nulla vieta però di lavorare alla messa a punto di un trattato completamente innovativo che, partendo dagli irrinunciabili valori fondanti dell'UE (vedi box), realizzi una comunità politica europea allargata. Un nuovo Trattato di taglio più politico strategico che giuridico istituzionale - come quelli attualmente in vigore - che, in un contesto caratterizzato da diffusa incertezza e da multilateralismo instabile e imprevedibile, affidi all'UE un ruolo di riequilibrio internazionale, quale interlocutore forte e autonomo a livello mondiale in politica estera e di difesa, tanto più autorevole se include tra i suoi organi un Parlamento eletto in rappresentanza di oltre 450 milioni di cittadini. rafforzato da una adeguata flessibilità politica del proprio ordinamento e da una sua effettiva sovranazionalità.
In Italia l'attenzione mediatica ha finora dedicato poco spazio alla prossima tornata elettorale europea. Eppure, anche se scarsamente percepito, gran parte delle nostre scelte quotidiane è sempre più influenzata dalle decisioni assunte dalle istituzioni europee che hanno al loro centro proprio il Parlamento Europeo (PE), la cui effettiva composizione, per famiglie politiche e non per delegazioni nazionali, è cruciale.
Per rendere i cittadini europei più consapevoli dell'importanza delle loro scelte elettorali è necessario richiamare l'attenzione sui principali temi da fronteggiare nel nostro continente e sulle strategie annunciate dai partiti politici in campo. Si tratta dunque di porre al centro della discussione le questioni sulle quali il Parlamento e le altre istituzioni europee sono chiamate a operare nell'interesse della popolazione europea e delle buone relazioni politiche internazionali.
Per esprimere un voto avvertito e favorire una maggiore partecipazione dei cittadini elettori servono elementi conoscitivi utili a valutare il ruolo del PE nell'assetto costituzionale dell'Unione Europea.
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Funzioni e compiti |
Si tratta innanzitutto di conoscere le funzioni e i compiti del PE così come ridefiniti dai Trattati di Nizza (2000) e di Lisbona (2009). E cioè dal Trattato sull’Unione europea (TUE), dal Trattato sul Funzionamento dell’UE (TFUE) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE (CDF). Serve poi richiamare i nodi strutturali europei da sciogliere con l'azione comunitaria e le questioni emergenti che coinvolgono la UE, rispetto ai quali giocano un ruolo fondamentale le priorità dell'Agenda strategica fissate dal Consiglio Europeo che orienta l'attività del PE nel quinquennio di durata in carica.
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AGENDA STRATEGICA DELLA UE
L'Agenda Strategica 2019-2024 concordata dal Consiglio Europeo a Bruxelles il 30 giugno 2019 era incentrata sulle seguenti 4 priorità:
- proteggere i cittadini e le libertà;
- sviluppare una base economica solida e dinamica;
- costruire un'Europa verde, equa, sociale e a impatto climatico zero;
- promuovere gli interessi e i valori europei sulla scena mondiale
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Si deve inoltre tenere conto dello strumento fondamentale per consentire agli organi di governo della UE di funzionare e svolgere i loro compiti istituzionali: le risorse finanziarie. Queste vengono convogliate nel bilancio di lungo periodo (Quadro Finanziario Pluriennale QFP) e spese mediante un bilancio annuale articolato in impieghi e pagamenti e rispetto ai quali il PE insieme a Consiglio Europeo e Commissione Europea ha un peso rilevante sia nella definizione del volume delle risorse e della sua destinazione che nella scelta delle relative fonti di copertura.
Va infine considerato il contesto politico ed economico interno e internazionale in rapida evoluzione nel quale si svolgono le consultazioni per eleggere la decima legislatura del PE.
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Le funzioni legislative codecise |
Prima esclusivamente consultive, le funzioni del PE in questi ultimi anni si sono estese al processo legislativo in numerose materie (Ambiti). Le funzioni legislative sono esercitate sia attraverso regolamenti esecutivi in tutti gli Stati Membri (a es. tariffe di roaming), sia attraverso direttive (a es. divieto di plastica monouso) da rendere operanti con appositi atti normativi nazionali (in Italia la Legge comunitaria annuale). L'attività legislativa del Parlamento Europeo (PE) è condivisa con il Consiglio dell'Unione Europea (CEU), detto anche Consiglio dei Ministri composto dai capi di Stato o di Governo dei 27 Stati Membri e presieduto a rotazione di turni semestrali dal Governo di uno Stato Membro. Dopo il Trattato di Nizza del 2000 - che ha attribuito al Presidente della Commissione Europea (CE) il potere di scegliere i vicepresidenti e le responsabilità da attribuire ai membri della Commissione designati dai vari governi - e il Trattato di Lisbona del 2009 (Trattato sull'Unione Europea), il PE partecipa a pieno titolo in posizione di parità al processo legislativo europeo. Deve tenere conto però delle priorità e degli indirizzi politici generali della UE (Agenda Strategica) stabiliti dal Consiglio Europeo (detto Consiglio) che si riunisce periodicamente quale organo di governo con un presidente che dura in carica 30 mesi (Charles Michel).
Il Trattato di Lisbona attribuisce al Consiglio Europeo una competenza esclusiva nella Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) e nell'esame del processo di integrazione europea. Si tratta di un organo di governo anomalo, che presenta rischi di sovrapposizioni di competenze con le altre istituzioni europee.
Gli Ambiti nei quali Consiglio della UE e Parlamento legiferano in comune sono oltre 40, alcuni dei quali di grande rilevanza politica e sociale come la liberta, la sicurezza e la giustizia, il commercio estero (prima solo interno), la politica ambientale e la politica agricola comune (PAC). Mentre le residue funzioni consultive del Parlamento restano quelle in materia di regime fiscale, di concorrenza e di armonizzazione delle legislazioni non correlate al mercato interno.
Prima che sia troppo tardi, oltre a dichiarazioni di intenti, la CE dovrebbe assumere concrete iniziative diplomatiche per il cessate il fuoco e la pace in Ucraina e in Palestina con l'Italia tra i promotori seguendo gli accorati appelli di Papa Francesco; e delle associazioni e dei movimenti pacifisti. E soprattutto per rispettare il dettato dell'articolo 3 del Trattato dell’Unione Europea: "l'Unione si prefigge di promuovere la pace"
Sostenere decisamente una politica sanitaria che punti alle cure domiciliari alle persone fragili e ai disabili e completi il riconoscimento e l'esercizio dei diritti dei pazienti all'assistenza sanitaria transfrontaliera in tutti i Paesi UE resta il nodo da sciogliere più sentito dalla maggior parte delle popolazioni dei paesi dell'UE.
Infine, va valutata l’opportunità di unificare le presidenze di Commissione Europea e Consiglio europeo per una maggiore coerenza, unitarietà e certezza decisionale nelle politiche UE evitando rischi di divergenti posizioni tra organi istituzionali di governo
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Composizione politica del parlamento e definizione degli obiettivi dell'azione comunitaria |
La definizione degli obiettivi strategici del nuovo Parlamento Europeo e delle modalità di realizzazione dipende dalla costruzione delle alleanze tra i partiti nazionali. Resta cruciale dunque la composizione politica che assumerà il PE il quale è articolato per famiglie politiche e non per delegazioni nazionali
Nella Legislatura attuale (IX) prevale l'alleanza formata dai Gruppi del Partito Popolare Europeo PPE (177), dell'Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici S&D (144) e Gruppo del Renew Europe (Alleanza dei Liberali e Democratici Europei ALDE e altri Gruppi NI come i centristi di Europe en March (102), appare destinata a essere sostituita da una nuova alleanza tra il PPE e Il Partito dei Conservatori e Riformisti Europei presieduto da Giorgia Meloni ove quest'ultimo avesse un grande successo elettorale.
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Il bilancio della UE e il ruolo del quadro finanziario pluriennale (QFP). Composizione e destinazione delle risorse. Le entrate del bilancio comunitario |
La messa a punto di programmi di azione in grado di rendere operanti gli obiettivi strategici dell'Unione Europea richiede di poter contare su un bilancio in grado di garantire il buon funzionamento degli assetti istituzionali e delle strutture organizzative e sul sostegno dell'opinione pubblica degli Stati Membri sondata sistematicamente da Eurobarometre
Il bilancio comunitario articolato in 10 sezioni è alimentato da 4 fonti di finanziamento; 1. Imposte sulle importazioni di benib agricoli; 2. Dati doganali sul commercio di beni non agricoli; 3. Lo 0,5 % dell'IVA: 4. Eventuali contributi integrativi degli Stati Membri in percentuale del loro PNL.
Approvato dal Parlamento e dal Consiglio dell'Unione europea su proposta della Commissione Europea, il progetto di Bilancio Annuale si muove sulla falsariga del bilancio a lungo termine dell’UE, il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), che fissa il limite delle risorse finanziarie a disposizione dell'UE nella legislatura per le diverse politiche pubbliche. Dopo la crisi pandemica; l'estensione temporale del bilancio a lungo termine è stata portata da cinque a sette anni. Per il periodo 2021- 27 può contare complessivamente su 2023 miliardi di euro, di cui 1216 miliardi per la gestione ordinaria del QFP e 807 miliardi per lo strumento finanziario straordinario della Next Generation UE (NGEU) deliberato nel 2020 per la resilienza e ripresa dopo il Covid 19.
L'ammontare degli impegni annuali di bilancio per il 2024 risulta aumentato rispetto al 2023: da 187 a 189 miliardi di euro; mentre i pagamenti sono diminuiti da 168 a 144 miliardi di euro per la maggior parte destinati a investimenti. Le modalità di erogazione degli aiuti comunitari variano dalle sovvenzioni ai sussidi a fondo perduto e ai prestiti agevolati gestiti dalla Commistione Europea d'intesa con gli Stati membri. Un caso particolare di emergenza è il finanziamento degli aiuti militari all'Ucraina di 50 miliardi stanziati nel 2024.
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La ripartizione settoriale delle risorse disponibili nel bilancio di lungo periodo della UE
- mercato unico, innovazione e agenda digitale: 151,3 miliardi
- coesione, resilienza e valori: 429,4 miliardi
- risorse naturali e ambiente: 401 miliardi
- migrazione e gestione delle frontiere: 26,2 miliardi di EUR
- sicurezza e difesa: 14,9 miliardi di EUR
- vicinato e resto del mondo: 110,6 miliardi
- pubblica amministrazione europea: 82,5 miliardi
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Il bilancio a lungo termine dell’UE comprende aiuti a milioni di studenti, migliaia di ricercatori, città, imprese, regioni e ONG. Contribuisce alla produzione di alimenti più sani e sicuri; strade, ferrovie e aeroporti nuovi e migliori.
Nell’ambito dell’attuale bilancio a lungo termine, la Politica agricola comune (PAC) dell’UE e la politica comune della pesca e dell’ambiente ricevono la maggior parte dei finanziamenti. Seguono i programmi di coesione che mirano a ridurre le disparità tra i livelli di sviluppo delle regioni dell’UE. Il bilancio a lungo termine finanzia anche progetti internazionali di aiuto umanitario e allo sviluppo.
Le spese annue di funzionamento dell'amministrazione dell'Unione Europea ammontano a poco più di 11 milioni di euro con circa 32 mila impiegati. Meno delle spese per l'amministrazione del Comune di Roma (oltre 14 milioni di euro).
Sul piano della valutazione della congruità delle risorse finanziarie necessarie a realizzare il progetto strategico quinquennale un recente studio del think tank BRUEGEL (Brussels European and Global Economic Laboratory) con sede a Bruxelles, calcola in 1800 miliardi di euro i fondi attualmente a disposizione del bilancio UE nel periodo 2021- 2027: circa 257 miliardi di euro l'anno per spese correnti e investimenti sui temi definiti prioritari come transizione verde, digitalizzazione, difesa e sicurezza, ricostruzione dell'Ucraina e sanità. Sono considerate risorse del tutto insufficienti se si considera che il solo fabbisogno per gli obiettivi del "green deal" è stimato in oltre 356 miliardi di euro l'anno.
Per fronteggiare pienamente i temi prioritari si rende dunque necessario un bilancio europeo molto più consistente con maggiori oneri a carico dei cittadini dei vari Stati membri, il cui importo aggiuntivo dovrebbe essere portato a loro conoscenza dai partiti politici che si candidano a essere votati al PE.
La piena realizzazione degli investimenti per i progetti indicati nel NGUE richiedono comunque di coinvolgere anche fondi già stanziati per la coesione sociale per contenere i rischi di accentuazione delle diseguaglianze. In questa direzione si è mossa l'Italia nella recente rimodulazione degli obiettivi nelle varie missioni.
Per quanto riguarda il PNRR italiano da completare entro il 2026 esistono obiettive difficoltà di spesa tenuto conto che si tratta di oltre 220 mila progetti anche di piccole dimensioni e la metà delle risorse disponibili è stata trasferita a enti pubblici locali e a soggetti privati esecutori.
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Il quadro politico ed economico internazionale nel quale si svolgono le elezioni del nuovo parlamento europeo |
Le condizioni politiche, economiche e sociali nelle quali i cittadini dei Paesi della UE si apprestano a votare sono assai diverse e più problematiche rispetto a quelle del 2019.
Sul piano politico internazionale pesa soprattutto la presenza di due guerre a ridosso dei confini europei e la crisi energetica e le difficoltà della transizione ecologica.
Sul piano economico pesa la coda della crisi produttiva di origine pandemica combinata ai negativi effetti di ritorno delle sanzioni alla Russia. I maggiori costi e i più prezzi a carico di produttori e consumatori seguiti alla flessione degli scambi commerciali, provocano ancora diffusi rallentamenti nella crescita del PIL nei Paesi UE e nuove diseguaglianze sociali. In particolare l'indebolimento della trainante economia tedesca si ripercuote soprattutto sui paesi più integrati nelle sue catene del valore, come Olanda e Italia. Accanto alle indubbie opportunità, incombono inoltre i rischi occupazionali derivanti dalla progressiva e incontrollata introduzione dell'intelligenza artificiale (AI) in vari comparti del terziario, della comunicazione e dei servizi alle imprese. Secondo l'Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano nei prossimi 10 anni in Italia verranno perduti oltre 3, 8 milioni di postoli di lavoro sostituiti dalla IA.
Né vanno sottovalutate le conseguenze in termini di sicurezza alimentare dopo la recente decisione della presidente della Commissione Europea Ursula von Der Leyen di sospendere il regolamento per la riduzione dell'uso dei pesticidi nelle coltivazioni a seguito delle proteste degli agricoltori e la plastic tax (del 2021) sui residui non riciclati degli imballaggi di plastica.
Deve ritenersi infine che la partecipazione alle elezioni e il suo esito saranno influenzate anche dall'insoddisfazione di gran parte dell'opinione pubblica nei confronti degli attuali organi di governo dell'UE sia per le inadeguate iniziative politico diplomatiche per ottenere il cessate il fuoco e l'avvio di trattative di pace nella guerra tra Russia e Ucraina; sia per il mancata sostegno della risoluzione delle Nazioni Unite per la sospensione immediata dei massacri di civili palestinesi a Gaza da parte del Governo israeliano, come richiesto più volte da Papa Francesco e dai movimenti pacifisti.
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Considerazioni conclusive: |
La posta in gioco del prossimo voto per il PE non si limita alla scelta delle persone che faranno parte del governo europeo, cioè i componenti della Commissione Europea uno per ciascun Stato membro. La delegazione più numerosa di deputati nel Parlamento giocherà un ruolo chiave nella scelta non solo del suo presidente ma anche di quello della Commissione e dei suoi componenti destinati ad avere una posizione cruciale anche all'esterno della UE. A esempio una forte rappresentanza dei Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR) presieduto da Giorgia Meloni e notoriamente su posizioni di destra e di estrema destra contrarie al federalismo europeo e in linea con il partito repubblicano americano potrebbe influenzare l'esito delle elezioni americane favorendo la vittoria di Trump con effetti controversi e destabilizzanti sulla politica internazionale. Inevitabili potrebbero essere i risvolti in termini di progressivo disimpegno USA e dunque NATO nel sostegno all'Ucraina con mancato pagamento dei 61 miliardi di dollari stanziati dal Governo democratico di Biden. Se è augurabile il vantaggio di una tempestiva sospensione delle ostilità (cessazione del fuoco) e l'avvio di negoziati diplomatici per la pace, alla UE resterebbe il maggior peso della guerra: sia quello politico e finanziario che quello economico interno delle sanzioni e della ricostruzione dell'Ucraina.
Galvanizzata dalle emergenti guerre in Ucraina e in Medio Oriente l'attenzione mediatica ha trascurato i temi delle prossime elezioni europee concentrandosi soprattutto sulla decisione dei leader di partiti politici italiani se candidarsi o meno come capilista pur non avendo alcuna intenzione di svolgere le funzioni di eurodeputato a Strasburgo, con il rischio di favorire il disinteresse per le elezioni europee e ridurre l'affluenza alle urne.
Il nuovo Parlamento Europeo potrebbe svolgere una funzione cruciale per il rilancio del ruolo politico strategico dell'UE sul piano delle relazioni internazionale, su quello della transizione ecologica come su quello della crescita delle economie dei Paesi Membri attraverso la promozione di un debito comune europeo (eurobond) che stimoli gli investimenti pubblici (sanità e scuola) e le riforme istituzionali in tema di concorrenza e giustizia.
Merita infine richiamare sinteticamente ancora una volta i principali nodi da sciogliere sono di carattere economico-finanziario e politico istituzionale.
1. Prima di tutto il tema della politica estera e della difesa comune che include la scelta di creare o meno un unico esercito europeo con vantaggi in termini di risparmi di risorse finanziarie. Tanto più importante considerato il disimpegno annunciato da Tramp in caso di una sua nuova Presidenza USA con il mancato intervento USA in difesa di una eventuale aggressione all'Europa.
2. La necessità di concentrare le spese del bilancio europeo sulla produzione di beni pubblici europei, in particolate le infrastrutture transfrontaliere e i grandi centri di ricerca per migliorare la competitività e la qualità della vita.
3 Il rispetto dello stato di diritto e delle regole fiscali comuni ponendo la domanda: La ratio è quella della maggiore coesione e integrazione tra i membri dell'UE.
4 Se politica dell'immigrazione debba essere attuata a livello europeo e non dai paesi più direttamente coinvolti dai flussi migratori come Italia e Grecia.
5. Infine, va valutata l’opportunità di unificare le presidenze di Commissione Europea e Consiglio europeo per una maggiore coerenza, unitarietà e certezza decisionale nelle politiche UE evitando rischi di divergenti posizioni tra organi istituzionali di governo.
Gli organi di governo dell'UE potranno sciogliere i nodi indicati e realizzare gli obiettivi strategici solo se l’opinione pubbliche dei Paesi Membri saranno solidali. Per svolgere il proprio ruolo a favore del bene comunitario il Parlamento Europeo deve poter contare su un rinnovato entusiasmo dei cittadini per mantenere la pace tra i paesi membri impegnandosi a contribuire a ottenerla anche nel resto del mondo come stabilisce l'articolo 3 del Trattato dell'Unione Europea (Trattato di Lisbona).
Grande rilevanza strategica assume la decisione di affidare alla politica di bilancio della UE la promozione di un debito comune europeo (eurobond) allo scopo di alimentare un apposito fondo (come il Recovery Plan dopo la pandemia) di almeno 500 miliardi di euro (secondo Mario Draghi) per finanziare, anche attraverso la mobilitazione del risparmio privato, un massiccio volume di investimenti al fine di colmare il divario di competitività del vecchio continente con il resto del mondo avanzato. Investimenti utili allo sviluppo economico e sociale dei Paesi Membri e in grado di arginare i nazionalismi/sovranismi accresciuti dal mancato controllo pubblico del processo di globalizzazione dei mercati, trainato dalle società multinazionali, che ha moltiplicato le diseguaglianze di ricchezza e di reddito.
Merita infine ricordare che anche un gruppo di impegnati vescovi francesi in un recente documento confidano che si possa trovare un nuovo entusiasmo per l'Europa e per i suoi valori fondanti che vedono al primo posto la ricerca della pace e della fratellanza tra i popoli e le persone.
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La ripartizione settoriale delle risorse disponibili nel bilancio di lungo periodo della UE
- mercato unico, innovazione e agenda digitale: 151,3 miliardi
- coesione, resilienza e valori: 429,4 miliardi
- risorse naturali e ambiente: 401 miliardi
- migrazione e gestione delle frontiere: 26,2 miliardi di EUR
- sicurezza e difesa: 14,9 miliardi di EUR
- vicinato e resto del mondo: 110,6 miliardi
- pubblica amministrazione europea: 82,5 miliardi
Il bilancio a lungo termine dell’UE comprende aiuti a milioni di studenti, migliaia di ricercatori, città, imprese, regioni e ONG. Contribuisce alla produzione di alimenti più sani e sicuri; strade, ferrovie e aeroporti nuovi e migliori.
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SCUOLA E INTELLIGENZA: NATURALE, ARTIFICIALE O COMANDATA
Un'interessante e attuale riflessione dell'Ing. Adelfo Paternò Castello.
La scuola, da sempre, è il luogo dove si entra bambini e si esce adulti. La loro formazione riguarda essenzialmente lo sviluppo dell’intelligenza per mettere la persona in grado di affrontare il mondo, di vivere la società, di diventare importante per qualcuno. Tutti abbiamo in mente due modelli di formazione ben precisi. Uno è la paideia greca, con un saggio che siede in circolo con i discenti dialogando e facendo crescere in ciascuno il senso critico, il rigore dell’analisi, la profondità della sintesi, l’eloquio disinvolto. E l’altro modello è il “Mister Chips” del romanzo di inizio ‘900. Il docente-padre, attento alla formazione dell’anima, comprensivo e rigoroso, capace di diventare un riferimento affettivo oltre che culturale. Ed è per questo che le disposizioni europee degli ultimi venti anni, che si rifanno a richieste della lobby degli industriali, appaiono per lo meno preoccupanti.



