Per un cammino di laici cristiani, cittadini secondo il vangelo.
Tempi critici e burrascosi
Viviamo tempi critici. Ci ritroviamo frastornati; minacciati ed anche travolti come da venti tempestosi. I mesi della pandemia si presentano a noi come limite nelle comunicazioni ed anche opportunità per la riflessione. E tuttavia fatichiamo a metterci in ascolto per udire la voce della nostra anima e il sussurro dello Spirito di Dio. Arrabbiati o depressi? Scoraggiati o stanchi? Penso a Giona, il profeta. Aveva le sue idee – ovviamene chiare – su ciò che Dio doveva o non doveva fare. Dopo giorni di faticosa predicazione a Ninive, è disgustato di Dio; piccino nella testa e nel cuore è arrabbiatissimo con un dio non fatto a sua immagine. Immobile in solitudine, chiuso in se stesso, senza futuro. E... senza riuscire ad apprendere la lezione del ricino. Elia, altro profeta, ha la sensazione di aver fallito, se ne lagna con Dio e attende: e Dio, nel sussurro di una brezza leggera, lo rimette in cammino. 1
Passi sicuri e destrezza nell’orientamento sono richiesti con forza da questi nostri giorni: gambe e occhi; e orecchi. Lo sportivo che corre nello stadio ha bisogno di gambe e muscoli d’acciaio; il suo percorso è già tracciato da altri. Ma chi si inoltra in terre e monti sconosciuti ha bisogno di guardarsi attorno, inspirare gli odori ed ascoltare i rumori del bosco e della pietraglia. Gambe e occhi per cercare e camminare; e individuare, nel panorama, punti di riferimento per non smarrirsi ed essere in grado di accompagnare il cammino di altri.
Nella grande storia e nelle nostre personali vicende il panorama è il progetto di Dio: fare di Cristo il cuore del mondo. Essere cristiani significa accogliere l’invito a metterci al lavoro con fede solida, consapevolezza gioiosa e determinazione costante. Vuol essere anche il nostro progetto personale e collettivo. Sappiamo che si realizza in tempi lunghi; tempi di semina e stagione di covoni; e coabitazione di frumento e zizzania.
Annuncio e croce: nel segno della debolezza.
Individuare in modo chiaro e non abbandonare certezze di fondo è oggi ineludibile per noi, che ci chiamiamo discepoli di Cristo. Si tratta di capire quali sono i pilastri di fondazione su cui innalzare, costruire, ricostruire: un ponte, un palazzo, una cattedrale... Sono pilastri che chiedono difesa e manutenzione continua nel tempo. Altrimenti si va a finire come per il ponte di Genova. Dio è l’architetto. Noi, solo operai. Gesù chiama ‘regno di Dio’ questo cantiere, progetto in corso d’opera. Ma noi – dice san Paolo – in vasi di creta portiamo tesori!
Parola e Croce: questi i pilastri di fondazione. Sappiamo che costitutivo dell’identità cristiana non è un ritualismo religioso o qualcosa di puramente esteriore, bensì una religiosità interiore. Questa è in grado di stabilire un rapporto alto, puro con Gesù e con Dio. E lo stabilisce tramite la parola annunciata del Vangelo che, come la Croce, è debolezza.
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« La parola con cui si annuncia la croce è ciò che di più debole posso avere: è soffio della mia bocca che implica un messaggio, un concetto: non sono armi, non sono strutture, non imposizione; è un annuncio e su questo si fonda la Chiesa: su questo e sulla Croce.» (R. Penna). |
Possiamo pensare a Paolo che annuncia la risurrezione di Gesù agli ateniesi... gli dicono ‘ci sentiamo un’altra volta’... e vanno a casa a pranzare tranquilli. In antico, gli stessi, all’annuncio dell’imminente arrivo dei Persiani subito si prepararono alla guerra.
Laici cristiani, cittadini secondo il Vangelo. Con l’augurio di scuoterci di dosso l’indolenza accumulata nei giorni del lockdown, prendo da Romano Penna alcune considerazioni opportune ed utili per il nostro agire a servizio del Vangelo. Possiamo descriverlo – il nostro Movimento Rinascita Cristiana – come un muoversi dall’intimo del cuore (trasformazione personale), insieme (percorso condiviso), ai confini del mondo e dell’umano (con apertura mentale e impegno sociale). Sono tre momenti della nostra esperienza nei gruppi e dimensioni costitutive del nostro essere cristiani. Vale la pena soffermarvisi considerando il Bell’Annuncio del Vangelo in rapporto all’uomo, alla Chiesa e al mondo. 2
1. Il Vangelo è per l’uomo
Etica e fede.
Si avverte sempre più la necessità di un recupero di etica pubblica, condivisa, universale. Ogni individuo con la sua mentalità, ogni gruppo con le sue consuetudini, i riferimenti culturali e i suoi riti, ogni popolo con le sue radici culturali e religiose privilegia una sua etica particolare. In alcuni aspetti della vita e nel confronto delle culture risulta difficile capire e accogliere l’interpretazione che un popolo dà della sua vita, della sua storia, la sua visione del mondo e tradurre in norme ed agire condivisibili, fondamentali principi etici. Pensiamo alla carta dei diritti umani!
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« Oggi di fronte al crollo di molti valori di cui siamo spettatori se non anche attori, viene davvero di invocare persino un’etica pubblica. Invochiamola pure e impegniamoci in un’etica che salvi dal naufragio il nostro mondo, la nostra società... e tuttavia anche l’etica di cui abbiamo estremo bisogno, dal punto di vista del Vangelo si aggancia a qualcosa che la precede e la fonda: è l’atto di grazia compiutosi nel sangue di Cristo ». |
Riteniamo importante, oggi più che mai, ravvivare la convinzione, e su di essa modellare il nostro pensare e il nostro agire, che nel nucleo del cristianesimo non c’è un’etica, ma la fede in Cristo Signore. E la fede in Cristo è un cammino talvolta lungo quanto la vita: un cambiamento, una trasformazione globale della persona. Si tratta, infatti, in Cristo e grazie a Cristo di divenire, o più precisamente esser fatti, uomini nuovi; essere da Dio chiamati suoi figli ed esserlo realmente; e agire all’altezza di questa nostra identità. 3 E’ così che
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«la gratuita iniziativa divina produce un nuovo statuto personale dal quale deriva il comportamento etico... E’ il vangelo che regge, non l’etica (ci sono molte etiche) e ci sono questioni etiche difficili da risolvere. Ma se alla radice c’è l’incrollabile adesione a Gesù Cristo, vuol dire che viene salvato il valore della persona umana con tutto ciò che questo richiede.» |
Chiediamoci pure cosa dobbiamo fare o non fare; ma fermarsi qui e non andare oltre genera anche moralismi, giustizialismi, convincimenti etici narcisisti. Solo se ci ricordiamo chi siamo affronteremo con più coraggio e speranza solitudini ed incertezze, ogni ingarbugliato presente e ogni inimmaginabile futuro. Già! ‘Siamo uomini o caporali? Politicanti o statisti?
A vantaggio dell’uomo.
E’ l’annuncio del Vangelo, accolto con fede, la garanzia di ogni auspicato buon futuro. E’ annuncio che ha come scopo la promozione dell’uomo, la sua libertà: opera un passaggio decisivo nella struttura profonda e nell’esperienza di quanti lo accolgono con fede. Ma, se nessuno annuncia, chi crederà?’ ci suggerisce san Paolo! Questo passaggio ad una nuova vita è da Paolo ben sintetizzato in tre celebri passi delle sue lettere: Rom 7,19; Gal 2,20; Rom 8,31. L’annuncio evangelico mette in atto una trasformazione interiore, o meglio un trasferimento: da una assoluta incapacità di attingere ad una altezza morale e da una invincibile soggezione al male (sintetizzata nella espressione ‘io non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio’ di Rom 7,19) ad una struttura interiore, mutata in esperienza di partecipazione (‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” – Gal 2,20). Ciò genera grande pace e sicurezza: perché divenuti, grazie alla croce di Cristo, uomini liberati per restare liberi. E, “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). ‘Quanto alla credibilità di chi annuncia, ricordiamo il celebre apologo del pagliaccio e del circo che brucia. 4
Il cristianesimo come dono di grazia.
Idea tipica del giudaismo, ma forse anche presente oggi tra cristiani, era che
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« l’uomo per arrivare alla comunione con Dio avesse bisogno di comportarsi secondo una determinata etica; Paolo al posto delle opere pone la fede, la sola fede, la fede nuda che è l’atteggiamento di colui che sta davanti a Dio, sì con la mano tesa, ma non per offrire bensì per ricevere come può fare un mendicante... Bisogna dire con estrema chiarezza e ribadirlo sempre che il cristianesimo non è una morale, contro ogni riduzionismo di tipo illuministico, poiché è un dono di grazia che viene fatto da Dio al credente, non di -qualcosa che noi siamo chiamati a dare a Dio al di fuori del nostro assenso di fede nella sua grazia che passa attraverso il sangue di Gesù... ». |
Ricordiamo “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” di Kant.
2. Il Vangelo, fondamento della Chiesa
Per una transizione epocale vera.
Sono convinto che questo nostro tempo abbisogni di persone e strutture che passino “dall’io al noi”: una transizione di cultura e mentalità (anche nell’esperienza di fede) preliminare a qualsiasi altra, per quanto graduale e sostenibile, transizione. Questo è possibile se cresce in noi e attorno a noi volontà di ricerca comune, di unità nel dialogo e nella collaborazione. Potrebbe essere un’impresa scoraggiante se non fosse sospinta, almeno in noi cristiani, da una forza utopica, del tipo “I have a dream” di Luter King.
Non possiamo pensare una nostra personale autentica, verace fede in Cristo e nel suo Vangelo a prescindere dalla comunità ecclesiale. Il nostro personale “essere in Cristo” nasce e matura a livello comunitario. Essere insieme, il corpo di Cristo chiede oggi a tutti i battezzati di ravvivare e sviluppare, in parole e opere, lo spirito di fratellanza e la comune responsabilità nell’annuncio evangelico.
La Chiesa corpo: fratellanza.
Cristo Gesù è “impastato” con la comunità cristiana (la Chiesa), con noi.
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« La chiesa non è solo una società (un corpo sociale, una comunità) che appartiene a Gesù, diversa e distinta da lui, ma la Chiesa è Cristo stesso nel suo corpo. E questo la differenzia da qualsiasi altro tipo di società. Ne segue che se siamo cristiani lo siamo in base a Gesù, per la nostra adesione di identificazione a lui e a nessun altro. » (cfr. Rom 6,5). 5 |
Questo ci porta a riscoprire il ruolo di cristiani nel mondo; quel mondo che Dio ha tanto amato da mandare il suo figlio non per condannarlo, “ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).
Ministeri e gerarchie. Questioni aperte nella chiesa: eccessivo rilievo dato ai ministeri a svantaggio della forza dello Spirito che nasce dalla comunione della chiesa con il suo Signore crocifisso e risorto? Bisogna predicare, far conoscere il Signore Gesù più che i ministeri. Ed anche «ritrovare uno spirito di parentela dove si è davvero affratellati, senza eccessive gerarchie che allontanino i membri gli uni dagli altri, ma in una comunità veramente cementata nel suo insieme».
Clero e laicato formano l’unico corpo di Cristo per un unico servizio (‘ministero’) in una pluralità di carismi e funzioni: i ministri ordinati soprattutto in funzione della comunione ecclesiale; i laici soprattutto – ma non solo – per la trasformazione delle ‘realtà temporali’ (la società e il mondo in cui viviamo) bensì anche per lo sviluppo e la crescita della comunità ecclesiale. Insomma laici cristiani, cittadini secondo il vangelo in conformità con lo statuto che proviene dal Battesimo e dall’Eucaristia; con una speranza che va oltre il male, oltre il dolore, oltre la morte. 6
Il bell’annuncio del Vangelo
Servitori del vangelo. Dice il Buddha: ‘Se uno ti indica la luna con il dito, tu non guardare il dito, ma guarda la luna’. La chiesa è il dito, non la luna. Non concentra su di sé l’attenzione, ma spinge a guardare Cristo. Annunciare significa indicare, come il Battista sulle rive del Giordano, e portare agli altri Cristo. Non portiamo noi stessi, ma in nome suo una parola che è roccia, fondamento. 7 La chiesa, popolo di Dio testimone e messaggero di Cristo, annuncia
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« la libertà da tutto ciò che soffoca l’uomo o che tende a soffocarlo, non solo in quanto ci si deve sottrarre agli elementi soffocanti, ma in quanto Gesù Cristo stesso è ormai il nostro ‘cielo’ proposto come punto di riferimento che come tale deve restare nella vita di ciascuno come il garante di una nuova libertà acquisita; proprio di questo ‘cielo’ la Chiesa deve essere testimone in quanto ne fa esperienza ». 8 |
3. Il Vangelo di fronte al mondo e alla società
Gesù è il Signore.
Corriamo il rischio di dipendere completamente da chi – consorzi e monopoli mondiali – ci dà le informazioni con cui vengono plasmate le nostre mentalità, le nostre abitudini, i desideri e le necessità. E si crea cultura e si assopisce la percezione di essere persone, ormai convinti che essere dipendenti e omologati è meglio che liberi. Quando Kierkegaard pensa alla società europea come ad una nave, scrive: ‘La nave è ormai in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani.’ Questo centocinquant’anni fa’...!
Oggi è essenziale riaffermare la signoria di Cristo; ribadire che Gesù Cristo è Signore (Rom 10,9; Fil 2,11); che è ‘il mio Signore’ (Fil 3,8), Questo è un punto fondamentale. Ripensiamo al vangelo, all’episodio del tributo a Cesare: “Di chi è l’immagine? ... Date a Cesare...e a Dio quel che è di Dio.” Almeno nei primi secoli, il cristianesimo si è opposto da solo all’idea che ‘Cesare è Signore’. Dire Cesare significava (e significa) alludere a chi guida la vita comune, a chi dispone della guerra e della pace, dell’economia, della cultura e dell’informazione. Dire oggi ‘Gesù è il Signore’ comporta l’affermazione del valore dell’amore cristiano come fondamento della convivenza. Romano Penna ci regala questa descrizione dell’agape, l’amore cristiano, che è: « amore gratuito, che è amore di eccedenza ... e va al di là di tutte le categorie dell’egoismo, del denaro, della riduzione degli altri a sé, al proprio tornaconto, al proprio interesse non solo individuale, ma soprattutto internazionale, sociale, globale... »
Orizzonte universale.
E’ l’orizzonte del cristiano: nello spazio e nel tempo. Un criterio da tener presente quando si parla frettolosamente di globalizzazione e di prodotti locali, di “prima gli italiani” ed altro di simile. Si potrebbe dire che l’amore universale è forma della libertà cristiana. E’ pura utopia la paradossale affermazione di Paolo quando scrive della condizione nuova di una comunità cristiana in cui non c’è più né giudeo né greco ... (Gal 3,28)? Ben venga questa nuova isola-che-non-c’è, eppure già presente nel nostro subconscio come sogno, o nostalgia, di un mondo affratellato. 9
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«Il cristianesimo ha un sogno; e alle origini cristiane Paolo ha vissuto ed ha lottato per fare del vangelo un bene comune di tutti i popoli, di tutte le culture, andando al di là di quel recinto che a Gerusalemme divideva l’area sacra del tempio dal Cortile dei Gentili, ovverosia dei pagani, i quali se l’avessero oltrepassato sarebbero stati messi a morte ». 10 |
In Cristo, proiezione verso il futuro. Come cristiani, non siamo contro, ma dentro le culture. ‘Il vangelo è l’anima delle culture, e le culture danno corpo al vangelo’. E’ una storia personale e comunitaria che va verso una unione sempre più profonda con Dio per mezzo del Signore Gesù. E che si realizzerà pienamente nei tempi definitivi: quando l’utopia (l’isola-che-non-c’è) si realizzerà nei cieli nuovi e nella terra nuova che il Signore darà. Nel frattempo ci diamo da fare perché oggi, nella città terrena, nella cultura, nelle strutture ci sia sempre più attenzione e cura dei più deboli, ci siano ospedali e cure mediche e scuole per tutti, cresca un volontariato sociale e culturale, leggi giuste e governi saggi... Anche nella storia laica vi sono piccoli granelli di senapa che – lentamente, lentamente - sono divenuti e divengono germogli: la signoria di Gesù trasborda oltre le etichette cristiane.11
Per concludere: sentinelle dell’imminenza.
Un’epoca sta tramontando. Forse è già notte. Con tutti condividiamo il buio e il freddo. Ma non ci lasciamo prendere dallo sgomento o dalla paura. Noi, stiamo in questa notte ad ascoltarla, a scrutarla con il cuore e gli occhi ben aperti. Perché nel buio e nel silenzio, una voce ci interroga: “Sentinella, a che punto è la notte?” (vedi Is 21,11) 12. Insieme agli uomini di buona volontà e a tutti i discepoli di Gesù ci sentiamo onorati di essere interpellati da questo desiderio ansioso dell’aurora. Ci viene chiesto di essere ‘sentinelle dell’imminenza’ di un altro giorno che, vigili, attendiamo e di cui ci ostiniamo a cogliere i primi albori. Primitivi come siamo, non comprendiamo come dalla notte esca il giorno. Sappiamo solo che ci sarà. ‘Il regno di Dio è vicino, è in mezzo a voi’ ci ripete Gesù. E la sua parola e la sua promessa di salvezza è per sempre: per noi e per i nostri figli (vedi Dt 29,28).
Annotazioni
Preludio
1 Giona ed Elia. Vedi il racconto di Elia sull’Oreb in 1Re 19,9-17. Il contrappunto, con la vicenda di Giona è suggerito dal motivo della fuga: Giona fugge da Dio, Elia fugge dall’ira di Gezabele. Lo zelante Elia non riesce a far rinsavire i suoi connazionali, dediti tutti all’idolatria; il riottoso Giona salva, suo malgrado, la città pagana. Giona, dopo aver annunciato, secondo l’ordine di YHWH la totale distruzione di Ninive, sta a vedere se il Dio di Israele si decide a distruggerla. E prega: “Ecco: io lo sapevo, e me lo dicevo, che tu sei paziente e misericordioso e ti saresti pentito del male promesso”! Malfidente e recalcitrante con grande disgusto e piccineria psicologica, è convinto che Dio non può, non deve essere troppo buono e misericordioso con gli altri popoli, pagani e malvagi e per giunta nemici acerrimi di Israele; YHWH non può deludere e disconoscere un suo profeta. Tuttavia, Giona, nazionalista e xenofobo, ci ricorda che la salvezza di Dio è per tutte le nazioni. Nelle vicende di Elia YHWH agisce a modo suo: resta e resterà fedele alla sua alleanza nonostante l’infedeltà del popolo; Eliseo e gli altri profeti, lo ricorderanno sempre ad Israele. Su Giona, cfr. L. Alonso Schökel – Sicre Diaz J.L., I profeti, Borla, Città di Castello 1989.
2 In questa mia comunicazione riporto, virgolettate, le citazioni dallo scritto di Romano Penna, « L’attualità di san Paolo. Bilancio e prospettive » in RivB 4, 2019, 580-593 sono. Ma la suggestione mi viene da tutto il suo articolo (di cui riprendo lo schema e lo sviluppo del pensiero: ) per la competenza e la passione con cui affianca vita e fede delle prime comunità con emergenze e sfide attuali nelle comunità ecclesiali. Quanto al lessico dell’annuncio evangelico: ‘vangelo (di Cristo) ’ è l’annuncio di bene che Gesù ha portato; le sue parole, le sue opere; vangelo (di Paolo, degli apostoli...) è l’annuncio del vangelo di Gesù. Cfr. 1Cor 15,1: Vi rendo noto fratelli il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale ricevete la salvezza se mantenete quella forma in cui ve l’ho annunziato...“ Il termine ‘predicazione’ è percepito oggi come riduttivo (tenere dei sermoni, trasmissione ufficiale della teologia e dei contenuti dei vangeli) a fronte di un annuncio del vangelo affidato anche a tutti i battezzati. Meglio parlare di trasmettere, comunicare il vangelo (“in un mondo che cambia”, dicevano i vescovi italiani in altra stagione). Lessico neotestamentario essenziale nella diffusione orale della fede cristiana è dato da euanghelion, kerygma, paradosis, didache.
Il Vangelo è per l’uomo
3 Etica e fede. Vedi Lettera ai Galati. Lutero direbbe: fieri -esse – agere (Penna). Vedi anche G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinti, EDB, Bologna 1995, 149-152 nel commento a 1,30-31. Per mezzo di Gesù Cristo l’agire salvifico di Dio avvolge la condizione dei credenti di Corinto; ne è all’origine ed ha una sua finalità. In particolare (v.30):
“Ora è a causa di lui (Dio come punto di partenza)
che voi siete in Cristo Gesù, il quale è diventato da parte di Dio (Dio come principio attivo, soggetto agente del processo salvifico)
a nostro vantaggio (dativo di comodo e destinatario)
sapienza e giustizia e santificazione e riscatto. Barbaglio dà spessore a questi termini (p.151). Cristo è divenuto fonte della nostra (a) sapienza/sophia: paradossale sapienza di Dio; (b) giustizia/dikaiosyne: liberazione e permanente libertà dal peccato; (c) santificazione/haghiasmos: un «processo di separazione e distacco da ogni realtà peccaminosa e di correlativa collocazione nella sfera divina di separatezza dal male»; (d) riscatto/apolytrosis: «riscatto di una persona alienata che in questo modo riacquista la sua identità di appartenenza. In breve: tutto è grazia ciò che i credenti sono». Paolo direbbe (vedi i primi capitoli di Galati e Romani) di ricordare chi eravamo senza Cristo, chi siamo ora e il conseguente stile di vita; ed anche il compito di “fare di Cristo il cuore del mondo”, il punto da cui tutto parte e al quale tutto (cosmo e storia) converge in unità e armonia. Nel vangelo (Lc ) la perfezione non consiste nell’osservanza dei comandamenti e della Legge, ma nel seguire Gesù. In Rom 11,33-36 Paolo conclude: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio.... o chi gli ha dato qualcosa per primo sì da averne il contraccambio?” (cfr. Is 40,13; Ger 23,18; Gb 41,3). Essere-in-Cristo è la tipica, pregnante espressione di Paolo. Sintetizza la condizione dei credenti come inseriti nella sfera vivificante del Risorto: vedi in 1Cor 6,11; Rom 3,24-25; 8,1; 12,5; 2Cor 5,17; Gal 1,22; 3,28.
4. Annunciatori credibili? Dalla penna di Kierkegaard la parabola del circo viaggiante colpito da un incendio. Il pagliaccio, già abbigliato per la recita, in lacrime corre al vicino villaggio per chiedere aiuto. Tutti ridono, pensando ad una abile trovata pubblicitaria e nessuno si muove. Le fiamme divorano il circo, raggiungono e devastano il villaggio.
IL Vangelo, fondamento della Chiesa
5. Symphytos è, in greco, detto di chi cresce insieme con qualcuno (parentela, somiglianza, affinità. In Roma 6,5 con questo aggettivo (voi siete symphytoi con Cristo) è indicata una unione intima, vitale, permanente tra Cristo e la comunità dei credenti.
6. Per una visione teologica ed un riferimento all’attualità resta valido l’ottimo contributo di p. Giampietro De Paoli, «Laici discepoli di Cristo: per una riflessione teologica» in La sfida del bene comune: contributo dei laici cristiani: sentieri comuni per un discernimento, Rinascere 3,2009 (Settimana di studio di MRC, Malosco 2008). Per il tema dei rapporti uomo-donna vedi sopra in nota 10.
7. Le comunità vengono suscitate dalla parola annunciata allo stesso modo con cui una casa, un tempio, una città vengono stabiliti ed edificati su solidi fondamenti. Il lessico dell’edificare su fondamenta ruota attorno all’aggettivo themelios (lithos/pietra): indica qualcosa di solido, basilare, stabile. Metaforicamente indica, come edificio, la chiesa ed anche la sua dottrina. Gesù ci parla della casa costruita sulla roccia, e la roccia è il suo insegnamento. Ap 21,4.19 ci dice che le pietre di base su cui è innalzata la Gerusalemme celeste sono gli apostoli e i profeti. In 2 Tim 2,19 la pietra fondamentale è la chiesa. Penna sottolinea il carattere sacramentale della predicazione in quanto annuncio di Cristo a nome di Cristo.
8. Ef 3,10: “perché sia manifestato ora ai Principati e alle Potestà (archais kai exousiais) nel cielo (en tois epouranois), per mezzo della chiesa, la multiforme sapienza di Dio. ‘Cielo’ è simbolo dei valori umani cui ognuno di noi si aggrappa. Ciascuno di noi ha il suo ‘cielo’; ognuno dei valori cui richiamarsi. Questo cielo è ciò che noi, umanamente parlando,« riterremmo più importante dal punto di vista politico, culturale, sociale e perfino dal punto di vista psichico».
Il Vangelo di fronte al mondo e alla società
9. Viene spesso citato l’aforisma di Oscar Wilde: “Il progresso è la realizzazione dell’utopia”. Quanto al termine ‘utopia’, vedi il romanzo di Tommaso Moro, Libellus vere aureus... de optimo rei publicae status, deque nova Utopia, del 1516.
10. Penna aggiunge: «Paolo è colui che si interessa degli altri, dei diversi, di coloro che non sono come noi, che non sono come gli ebrei; si interessa di coloro che non fanno parte dell’alleanza e ne sono esclusi, si interessa di coloro che sono segnati a dito, non solo a livello sociale, ma a livello culturale, perché è la cultura che domina la società, che dà gli input e le categorie di base per impostare la propria esistenza. Così faceva anche Gesù, sia pure all’interno del solo Israele. Ciò che tiene insieme coloro che ormai non sono più “né giudei, né greci, né schiavi, né liberi, né maschi né femmine” è solo il Signore Gesù, nel quale tutti sono chiamati a libertà e ciascuno afferma se stesso pur nel rapporto di amore con gli altri».
De Paoli (o.c.) sulla parità uomo-donna “Tra le relazioni costitutive dell’uomo a immagine di Dio vi è quella di maschio e femmina. Il rapporto uomo-donna è esprimibile nel modello della complementarietà, ma è meglio parlare di reciprocità. C’è anche il modello della parità ma con tale sostantivo, apparentemente giusto, non si sfugge all’astrattezza. La parità non può ignorare la dialogicità che fa nella dualità l’uguale dignità di uomo e donna: persona l’una e l’altro nella propria specificità, nella reciprocità. Un altro modello, detto trasformativo, nasce dalla comprensione dell’essere persona attuantesi solamente nella trasformazione della società, nella verità ed in un permanente dinamismo delle relazioni interpersonali. Sembra quello che apre ai migliori sviluppi. Mentre il modello paritario riposa sulla richiesta culturale occidentale, il quarto apre ad una società trasformata-integrabile in cui ogni uomo o donna trova il proprio spazio di originalità e di persona”.
11. In Col 1,18 si dice che Cristo è il capo, la testa/kephalè del corpo che è la chiesa. In Ef 1,10 le coordinate del tempo e dello spazio convergono verso un unico punto: Cristo come centro focale e vivificante, destinazione del cosmo e della storia. La traduzione più diffusa del versetto dice che il disegno (mysterion) di Dio è di ‘ricapitolare tutto in Cristo... ridurre ad unità sotto un solo capo tutte le cose del cielo e della terra. In efesini la metafora non è del corpo, ma piuttosto dell’edificio. IL sostantivo kephalaion indica la parte principale, quanto a importanza e significato, di un edificio, dalla quale tutto l’edificio dipende; potremmo dire: non la testa, ma il centro di una casa. Ad esempio nel libro di Eco, Il nome della rosa, il fulcro, il luogo centrale dell’abbazia da cui dipende e riceve senso tutta l’azione è la grande biblioteca. Il verbo usato nel versetto è anakephalaiosasthai (aoristo). Indica movimento e direzione verso l’alto: l’inizio di un processo ascensionale di accentramento. Cristo, dunque, come vertice, fulcro, cuore di tutto ciò che esiste.
Sentinelle dell’imminenza
12. Vedi in A. LaCoque – Ricoeur P., «Sentinelle dell’imminenza», in Come pensa la Bibbia, Paideia, Brescia 2002,173-190. L’espressione è di P. Ricoeur quando guarda, nella tradizione veterotestamentaria, alla profezia nella sua forma letteraria e studia struttura e senso dall’annuncio profetico “Non si insisterà mai abbastanza sul contrasto tra la storia mitica e leggendaria della teologia delle tradizioni [veterotestamentarie] e quella invece molto reale con cui si trova confrontato il profeta”. La teologia del profeta rispecchia una storia angosciante in bilico tra salvezza e distruzione. Quella vissuta dal profeta è una “storia in movimento, una storia incombente traumatizzante. Questo rapporto molto particolare con la storia in movimento determina il rapporto della profezia con il tempo. Da questo punto di vista l’annuncio, nucleo del messaggio profetico, è per eccellenza rapporto all’imminenza. La posizione del profeta nei confronti di tale imminenza è definita dallo scrittore stesso come quella della sentinella; per caratterizzare con un termine il suo rapporto assai particolare con la storia, chiameremo il profeta sentinella dell’imminenza” (p. 177).



