Buon pastoreUna riflessione di P.Licio Prati su Giovanni 10,1-10.
Mi dicono che negli Stati Uniti, nelle mense ed altri luoghi di molte scuole campeggia spesso la scritta: I care: mi interesso e mi prendo cura di. E’ un pro memoria non rivolto agli studenti, ma agli insegnanti. A Barbiana era motto programmatico nella scuola di don Milani. Lo dice il Signore Gesù pensando a noi e lo vogliamo dire anche noi pensando ai nostri ragazzi.
L’immaginario della mia generazione esige che, come nelle fiabe, un vero re abbia una corona in testa ed uno scettro d’oro tempestato di perle preziose. Nelle civiltà dell’antico Vicino Oriente lo scettro dei re era… un bastone di legno: lo stesso bastone con cui i pastori accompagnavano le loro greggi.
Di qui, anche nelle Sacre Scritture ebraico-cristiane l’uso del termine “pastore” per indicare il re, il capo, la guida di un popolo. Nel passo del vangelo che abbiamo ascoltato, Gesù afferma con chiarezza: “io sono il pastore buono (più precisamente “il pastore, quello bello” con tutta la connotazione che questa parola porta in sé nella lingua greca), il pastore DOC, la guida vera, il capo che dà vita ad una umanità nuova, che porta a buon fine la storia di chi a lui si affida e da lui si lascia guidare). (Un tempo i nostri contadini usavano dire “ vado a governare le bestie” per dire “vado a dar da mangiare alle mucche”…)
Tre compiti del pastore, tre dimensioni essenziali di ogni educatore
Tre pastori sono a fondamento dell’identità dell’antico Israele biblico e dell’ebraismo di tutti i tempi. Ci possono indicare tre elementi essenziali per essere educatori-pastori (e non semplici stipendiati/mercenari ai quali – come dice Gesù – non interessano le pecore e non se ne prendono cura).
Abramo, pastore e allevatore di bestiame. Dio gli dice: “Va via dalla tua terra , dalla tua gente verso la terra che io ti mostrerò; diventerai nazione numerosa come le stelle del cielo”.
Mosè, pastore nella terra di Madian, del gregge di suo suocero. Dio gli dice: “Torna in Egitto, fa’ uscire il mio popolo dalla schiavitù e fallo entrare nella terra dove scorre latte e miele”.
David, il re. Dio dice di lui: “Ho preso David, mio servo, da dietro il gregge e l’ho costituito pastore del mio popolo”.
E Abramo diviene il grande padre e il pastore migrante verso una terra ignota; in cerca di un futuro inedito, nuovo non per se stesso, ma per la nazione che uscirà dalla sua stirpe. Ha momenti di stanchezza, corre rischi, ma spera contro ogni speranza. Suo punto di forza, sempre, sarà l’amicizia fedele di dio di cui ha deciso di fidarsi.
E Mosè fa uscire gli Ebrei dall’Egitto, li guida e cammina insieme a loro nel deserto. Si arrabbia quando sono sfiduciati e si  dimenticano di Dio; si arrabbia anche con dio quando la sfiducia coglie anche lui e chiede a dio di non arrabbiarsi quando il popolo è infedele. Ma con caparbietà ne condivide il destino. Mette nelle mani degli Israeliti quella legge divina che permetterà loro di diventare autonomi, uomini liberi e adulti nella terra promessa. Suo punto di forza: dio cammina con lui.
David, grande re guerriero e  grande peccatore. Difende il suo popolo dai nemici, garantisce sicurezza e pace. Suo punto di forza: sa confrontarsi con la legge di Dio e riconoscere i propri errori.
Direi che questi tre uomini ci indichino tre dimensioni essenziali nella personalità di un educatore: credere, sognare a darsi da fare per un futuro nuovo, quello dei ragazzi; guidare i giovani nel loro percorso di vita; saper riconoscere i molti lupi e gli squali che creano problemi.
Atteggiamenti e gesti del pastore, quello bello
Nel passo ascoltato Gesù parla di se stesso e del nostro rapporto con lui; ma si propone anche come modello per ogni azione educativa e di chiunque abbia delle responsabilità.

Gli atteggiamenti e i gesti del pastore vero, sono quelli che fanno nascere nel cuore dei ragazzi fiducia nei loro educatori: li ascoltano e li seguono. Una cosa è essenziale: I care. Gesù dice che le pecore non seguono gli estranei  e i mestieranti (li chiama mercenari): essi non sono interessati alle pecore e non se ne prendono cura, a differenza del bel pastore.
Quali dunque gli atteggiamenti e i gesti?
Il pastore conosce le pecore e le chiama per nome: non è una conoscenza anagrafica o da tablet; è piuttosto la conoscenza che scaturisce dal voler bene e si sviluppa in un profondo rapporto personale. Familiarità. Gesù disse ai suoi discepoli: Vi ho chiamati amici perché vi ho fatto conoscere tutto ciò che ho udito dal padre mio”
Il pastore le fa uscire dal cortile, cammina davanti a loro e troveranno pascolo: Camminare davanti alle pecore significa saper dove guidarle, avere idee chiare; essere persone che sanno cosa vale la pena cercare nella vita e sanno dove si può trovare. Come adulti abbiamo bisogno di riscoprire cosa significhi “camminare davanti ai ragazzi” senza cedere ai loro smarrimenti o lasciarsi intimorire dalle loro fragilità. Proponiamo cose alte! Gesù ci dice: Io sono la via, le verità e la vita.
Il pastore difende le sue pecore: non si  spaventa e non fugge quando viene il lupo.
Non è sufficiente saper riconoscere lupi e squali che, nel nostro mondo, confondono e aggrediscono e sgretolano i nostri ragazzi. E’ necessario intraprendere coraggiosamente azioni e strategie che garantiscano una crescita serena e forte.
Il pastore dà la sua vita (psiche) per le pecore; ci mette tutta l’anima; sa rinunciare a qualcosa di sé, a molto di se stesso e dei propri interessi e vantaggi personali a vantaggio delle sue pecore. Gesù dice parlando della sua morte: “ Io offro la mia vita per le mie pecore; nessuno me la toglie; sono io che la offro.” Per questo le pecore lo seguono.
L’iconografia antica del “Buon pastore”
Io sono il pastore, quello bello, quello vero – dice Gesù. L’immagine antica del buon pastore che ci accompagna nella preghiera: il giovane pastore, avanza portando sulle spalle, senza fatica, una sua pecora che, evidentemente, non riesce a camminare: forse è ferita, forse solo stanca, forse si era perduta lontano dal gregge. Gesù dice “i care” , si prende cura, si fa carico dei nostri dolori, dei nostri errori e smarrimenti. Teniamo davanti agli occhi questa immagine. Prendiamoci cura, prendiamo sulle nostre spalle anche i ragazzi più difficili, più fragili; non abbandoniamoli; prendiamo sulle nostre spalle gli smarrimenti, le angosce, le pene di tutti i nostri ragazzi. Allora, forse, ci accorgeremo che il Signore Gesù è veramente, per ognuno di noi, il buon pastore.