Rinascere
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RINASCERE 6 - 2011
MRC 2013 – Un dono da condividere
Francesca Sacchi Lodispoto
Il Consiglio Nazionale di ottobre ha ufficialmente dato inizio al cammino di preparazione della celebrazione del 70° anniversario di RC. Infatti il primo gruppo si è riunito nell’ottobre 1943 a Villa Pacis, Roma, come apprendiamo dalle note di Padre Alberto Dauchy. Abbiamo davanti due anni di tempo per capire chi siamo realmente oggi. Da alcuni anni la nostra strada è segnato da un “Progetto missione” che ci ha fatto rivivere lo slancio e l’impegno delle origini.
RC non è nata come risposta ad esperienze culturali e di formazione personale, ma come via concreta di cristianizzazione di un ambiente sociale e di una società italiana uscita disorientata dalla terribile esperienza della guerra. Quindi una esperienza di fede condivisa in gruppo che automaticamente diviene discernimento, conversione e testimonianza perché anche altri tornino a vivere e a sperare.
Questo progetto ci ha aiutato ad entrare in contatto, come movimento con generazioni, realtà sociali e culturali, scale di valori, visioni della vita ed esperienze diverse da quelle dei nostri gruppi tradizionali. E ci siamo resi conto che, perché il movimento sia sempre all’altezza del suo carisma ed esprima tutte le possibilità di cui è capace, ha bisogno di rinnovamento, forme diverse di incontro e riflessione, di momenti di aggregazione e progettazioni nuovi e più creativi, di un adattamento coraggioso della metodologia senza rinnegare nulla del patrimonio passato ma rendendolo sempre più adatto alle esigenze del tempo attuale .
Ricordare quindi il settantesimo non è solo un’occasione per celebrare una data, ma mettere le basi di un cammino futuro, di una rinnovata e comprensibile fedeltà a Dio e all’uomo.
L’anno in corso è il primo di preparazione e prevede alcune tappe:
• Una indagine a proposito del Congresso tra le persone del movimento a cura del Comitato Consultivo che si concluderà entro il 15 gennaio. Da questa indagine il Comitato Consultivo inizierà a pensare ad una prima forma di Congresso nazionale e a fornire al Consiglio nazionale una prima traccia per uno strumento lavoro.
• A maggio 2012 il Consiglio nazionale prenderà decisioni circa la formula di Congresso, il luogo, la data e un documento di lavoro. Fin qui il lavoro del Comitato Consultivo e del Consiglio Nazionale.
• Tutto il Movimento è invece impegnato a portare avanti il Progetto missione così come è delineato nel Piano di lavoro pp. 68-69 per avere contatti nuovi e stabili con le persone che ci sono vicine e con il territorio in cui viviamo.
• Il Progetto missione personale e di gruppo (pp. 68-69) ci invita a creare gruppi nuovi, occasioni nuove di incontro (incontri a tema nelle case) e cercare persone più giovani a cui comunicare la passione per RC anche in vista del Congresso.
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RINASCERE 5 - 2011
VIVERE E AGIRE NEL MONDO, L'OGGI DI DIO
Licio Prati
Perché guardare al mondo d’oggi e muoversi in esso da credenti? Perchè prendersene cura? Possiamo partire dal racconto del naufragio di At 27-28 e fare subito una riflessione: non c’è una barca della chiesa ed una dell’umanità. Forse Cristo dovrebbe scegliere su quale salire?…
Si tratta di vivere l’oggi di Dio così com’è insieme all’umanità, con la forza di salvezza che viene da Cristo e dal suo vangelo. E sentire in mezzo alla bufera la chiamata di Dio e far sperimentare a questo nostro tempo la salvezza di Dio anche attraverso quel segno misterioso e paradossale fatto di grandezza e di miseria che è la chiesa.
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La questione morale, complessivamente intesa, non è un’invenzione mediatica: nella dimensione politica, come in ciascun altro ambito privato o pubblico, essa è un’evenienza grave, che ha in sé un appello urgente. Non è una debolezza esclusiva di una parte soltanto e non riguarda semplicemente i singoli, ma gruppi, strutture, ordinamenti, a proposito dei quali è necessario che ciascuna istituzione rispetti rigorosamente i propri ambiti di competenza e di azione, anche nell’esercizio del reciproco controllo. Nessuno può negare la generosa dedizione e la limpida rettitudine di molti che operano nella gestione della cosa pubblica, come pure dell’economia, della finanza e dell’impresa: a costoro vanno rinnovati stima e convinto incoraggiamento. Si noti tuttavia che la questione morale, quando intacca la politica, ha innegabili incidenze culturali ed educative. Contribuisce, di fatto, a propagare la cultura di un’esistenza facile e gaudente, quando questa dovrebbe lasciare il passo alla cultura della serietà e del sacrificio, fondamentale per imparare a prendere responsabilmente la vita. Ecco perché si tratta non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate. Chi rientra oggi nella classe dirigente del Paese deve sapere che ha doveri specifici di trasparenza ed economicità: se non altro, per rispettare i cittadini e non umiliare i poveri. Specie in situazioni come quella attuale, ci è d’obbligo richiamare il principio prevalente dell’equità che va assunto con rigore e applicato senza sconti, rendendo meno insopportabili gli aggiustamenti più austeri. È sull’impegno a combattere la corruzione, piovra inesausta dai tentacoli mobilissimi, che la politica oggi è chiamata a severo esame. L’improprio sfruttamento della funzione pubblica è grave per le scelte a cascata che esso determina e per i legami che possono pesare anche a distanza di tempo. Non si capisce quale legittimazione possano avere in un consorzio democratico i comitati di affari che, non previsti dall’ordinamento, si auto-impongono attraverso il reticolo clientelare, andando a intasare la vita pubblica con remunerazioni – in genere – tutt’altro che popolari. E pur tuttavia il loro maggior costo sta nella capziosità dei condizionamenti, nell’intermediazione appaltistica, nei suggerimenti interessati di nomine e promozioni. Al punto in cui siamo, è essenziale drenare tutte le risorse disponibili – intellettuali, economiche e di tempo – convogliandole verso l’utilità comune. Solo per questa via si può salvare dal discredito generalizzato il sistema della rappresentanza, il quale deve dotarsi di anticorpi adeguati, cominciando a riconoscere ai cittadini la titolarità loro dovuta. Card. Angelo Bagnasco, Roma 26 settembre |
Dobbiamo guardare al nostro tempo, interrogarne il grido e il silenzio per capire in quale direzione si muovo i passi dello Spirito di Dio. E di conseguenza per scuoterci di dosso, inerzie, vittimismo, sfiducia o arroganza e seguirli. Non è più tempo di lamentele nei confronti di questa nostra società e di questa nostra chiesa, ma è tempo di risvegliarsi come uomini e come cristiani. La lamentela rumorosa di molti cattolici è che il nostro mondo occidentale, italiano si è scristianizzato. Si parla di analfabetismo di ritorno quanto alla religione, ma anche quanto ad umanità. Le due cose si richiamano. Ma il problema non è l’eclisse di Dio (scristianizzazione), bensì quella dell’uomo.
Il processo di secolarizzazione infatti rinchiude l’uomo e lo lascia in balia del contingente, staccandolo dall’assoluto, rendendo labili i legami di interdipendenza tra persone e con l’ambiente.
Si è formata una cultura in cui l’autonomia dell’individuo sconfina con la solitudine e la negazione delle relazioni interpersonali, con un malinteso pluralismo che genera scontro o indifferenza, con l’appiattimento sulla soddisfazione del bisogno e la conseguente rinuncia o dimenticanza di tutto ciò che riempie la vita: il gratuito, il bello, il sogno che sono la soglia dell’assoluto. Una cultura quella postmoderna che tuttavia si sta rendendo conto del proprio limite figlia com’è di una fiducia eccessiva nella sola ragione, nella scienza e nella tecnica, e della sovra esaltazione dell’individuo e delle sue libertà.
La questione allora oggi non è solo raddrizzare l’economia, mettere le briglie alla finanza, trovare nuove forme di democrazia e di governance per un mondo globalizzato. La sfida vera è quella della cultura. Quella cioè di trovare una risposta condivisa alle verità elementari della vita (appunto la nascita e la morte, l’amore, la sofferenza, lo scorrere del tempo, il senso della vita) e dare loro una “forma” che consenta a tutti di comprendersi, di comunicare, di vivere insieme: una forma politica, economica, religiosa. In questa situazione, il cristiano è chiamato a muoversi con la sua vita e con la sua coscienza personale: vissuto e coscienza plasmati da un dato teologico fondamentale: il fatto che la verità del Vangelo, racchiusa nel libro delle Scrittura, rimanda all’accadere di Dio che si realizza sempre nel tempo presente.
L’oggi di Dio, il suo accadimento nel mondo
E’ l’oggi in cui Cristo incontra l’uomo e in cui la sua chiesa ne riconosce la presenza. Cristo, è contemporaneo alle donne e agli uomini di ogni tempo (“Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del tempo” – Mt28,20).
Cristo è l’evento centrale della storia. Non qualcosa di limitato al passato di cui parliamo (annuncio) o in base al quale ci ‘regoliamo’, diamo cioè un orientamento alla nostra vita. E l’evento è quello di Dio nella vita umana di ogni uomo, di ogni popolo. (la rivelazione cristiana non ha come oggetto una dottrina, un modo di comprendere Dio, l’uomo e tutte le cose; svela piuttosto la presenza del risorto che riscatta gli uomini all’asservimento della legge e del peccato/male e li colloca nella situazione di figli di Dio. (Gal 4,6).
E l’annuncio del vangelo non è un aspetto episodico della missione della chiesa, ma è la sua opera permanente e primaria. Di qui il compito di un modo sempre nuovo di evangelizzare: (la nuova evangelizzazione appunto), di mettere continuamente in discussione i modi, l forme dell’evangelizzazione (che non è solo parola, ma vita concreta). E non è un optional per la fede e la spiritualità di ogni credente.
Tra fede e vita, la coscienza e la cultura.
Lo slogan di RC “coniugare fede e vita” ci pone sotto gli occhi l’ideale cui tendere. Esso significa coerenza personale ed insieme impegno nel nostro ambiente di vita. Sono la condizione necessaria per “evangelizzare”, per dare anima con lo spirito del Vangelo alla nostra cultura. E tuttavia essendo noi figli del nostro tempo, dal momento che ne respiriamo e ne produciamo la cultura, restiamo spesso omologati alla cultura dominante. Siamo teoricamente convinti che il “vangelo è l’anima di ogni cultura e che ogni cultura da corpo al vangelo” nel susseguirsi delle generazioni. Si parlava qualche anno fa della fede cristiana e della religione in genere come di “riserva etica” nella crisi etica del momento. Tale riserva si volatilizza (come il sale che perde il sapore) se ci lasciamo omologare nel pensare e nell’agire alla cultura del momento.
Il tempo di oggi è tempo di assumersi responsabilità personali e di divenire soggetti non oggetti di cultura, operai e non consumatori o spettatori del cantiere del nostro tempo. E’ necessario passare da una società dei consumi ad una società delle responsabilità. Di tutti.
Si tratta di ripartire dalla coscienza personale. Perché la nostra fede in Gesù e nel suo vangelo contribuisca a ridare dignità all’uomo e al suo essere nel mondo e trasformi la vita (edificare la civiltà dell’amore) dobbiamo fare i conti con la cultura di cui siamo figli e viverla in modo critico se vogliamo trasformarla. Radicati profondamente nel vangelo ci ricordiamo allora delle parole di san Paolo: non omologatevi nel pensare al mondo presente, ma trasformate la vostra mente per poter discernere ciò che è giusto e buono, e gradito a Dio. Questo vale per la chiesa di cui è facile dire che assume modi di essere e di ragionare figli non del vangelo ma della cultura del tempo. Questo vale per ognuno di noi così spesso e sottilmente incapaci di autocritica e intolleranti delle critiche altrui.
Innamorarsi di un progetto comune
E’ obiettivo da raggiungere insieme non perché da soli non lo si può raggiungere, ma perché in esso esprimiamo e realizziamo il fatto di godere insieme dei doni di Dio,di beni, di un destino, di una dignità che ci uniscono.
Ma “come” innamorarsi. Quando ci si innamora? Quando ci si accorge di non bastare a se stessi. Quando si è stufi dell’aria chiusa e mefitica della propria stanza e si apre la finestra perchè entri aria pura. Innamorarsi di un progetto comune è importante per la famiglia, la società, la chiesa, Rinascita cristiana.
1) Nessun uomo, nessun credente è in grado di esprimere da solo il mistero di Cristo e di comunicarlo. Solo l’unità di vissuti e di esperienze diverse lo può esprimere. E’ la chiesa nel suo insieme! La chiesa non è un magazzino cui attingere per le mie necessità spirituali spicciole, ma un cantiere di lavoro.
2) Consapevolezza di esser parte di un tutto: nel cosmo, nell’umanità Ne siamo sempre più resi edotti, ma abbiamo comportamenti poco responsabili. Un buon livello del vivere non può dipendere dal consumo di ciò che la vita, il cosmo, la chiesa, gli altri ci offrono, ma dalla responsabilità con cui perennemente rigeneriamo e facciamo crescere natura, umanità, corpo ecclesiale; dal modo in cui ci facciamo carico del mondo e dell’umanità di cui viviamo.
Nella formazione dei testi del NT, La testimonianza di Gesù e su Gesù nasce non da una, ma da tante storie di personaggi differenti tra loro per carattere, mentalità religiosa, provenienza culturale e geografica. E’ un sano pluralismo (come anche esiste in RC ) di storie: sano perchè che approda ad una unica fede in Cristo che diviene testimonianza verace, testimonianza condivisa con altri.
3) Consapevolezza di esser parte di un tutto nella chiesa :occorre verificare la nostra idea di chiesa, capire come ce la siamo formata: in base al nostro vissuto ed all’esperienza che ne abbiamo tratto, in base all’immagine che scaturisce dai mass media e dalla letteratura contemporanea? Riflettendo sulle esperienze religiose e di fede di altre persone? Meditando e pregando la parola di Dio? Attingendo lumi dall’esperienza del popolo di Dio accumulata nella sua storia per capire cosa la chiesa dice di se stessa, come la chiesa si comprende non in modo teorico, ma come segno e strumento della presenza del Risorto nell’oggi?
4) Consapevolezza del paradosso cristiano : la potenza di Dio si rivela nella debolezza della chiesa e nonostante il suo peccato. Questo dato teologico fondamentale (cfr. san Paolo) diviene mentalità da acquisire in modo urgente oggi: passare dall’inquietudine che ci attanaglia ad un discernimento che ci faccia procedere nonostante le difficoltà del tempo presente.
Il grande progetto comune che anima il cuore dei cristiani e delle loro comunità è “fare di Cristo il cuore del mondo”. E’ un progetto che va al di là del nostro personale raggio d’azione ed anche del tempo della nostra vita.
RINASCERE 2/3 - 2011
MISSIONARIETA' UNA TAPPA SIGNIFICATIVA
Giovanna Hribal
Nel Documento Programmatico elaborato nel 2008 avevamo indicato quattro priorità, quattro valori su cui riflettere negli anni successivi: interiorità, relazione, dignità della persona, laicità nella Chiesa.
Si tratta evidentemente di ambiti tra loro strettamente connessi, in quanto momenti di un unico processo di ricollocazione personale e collettiva all'interno della società in cui viviamo e della chiesa. Nel Piano di Lavoro 2009-2010 infatti, interrogando noi stessi e il nostro ambiente di vita e di lavoro sul tema bruciante della dignità della persona, ci siamo ben resi conto di come questo non potesse essere separato da un riflessione sulle relazioni, interpersonali, private, pubbliche, politiche, poichè la dignità di ciscuno e di tutti non può essere fondata e difesa attraverso un tessuto di rapporti radicati nell'operare per il bene comune e nell'aspirazione alla giustizia.
Ma proprio attraverso l'analisi delle tante contraddizioni e difficoltà della nostra vita di relazioni, è riemerso con evidenza il tema dell'interiorità.
Forse non del tutto consapevolmente, abbiamo ripercorso il classico itinerrio agostiniano: dalla mutevolezza e dalla fragilità delle cose esterne e di noi stessi, all'esigenza di radicarsi nella verità che abita in ciascuno di noi "noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas, et si tuam naturam mutabilis inveneris, trascende et te ispum..." (Sant'Agostino - De vera religione).
Proprio per questo tuttavia, al momento di proporre ed elaborare il Piano di Lavoro 2010-2011, alcuni di noi esprimevano la preoccupazione che confrontarsi sullinteriorità si configurasse quasi come un "passo indietro", come se parlare di interiorità significasse rinchiudersi in una dimensione privata dopo le precedenti aperture. Ma se la preoccupazione era che il termine interiorità venisse interpretato come intimismo, bene. una lettura delle relazioni inviate dai gruppi dimostra che era del tutto infondata.
Nelle numerose risposte ad una scheda riassuntiva inviata ai gruppi, attraverso la varietà e la ricchezza delle considerazioni sviluppate da ciascuno, si coglie un cammino comune, che non conduce affatto ad un ripiegamento su se stessi, ma anzi, esprime una rinnovata volontà di accoglienza: di Dio, del mondo, degli altri. "Guardarsi dentro" è importante per vivere pienamente il rapporto con Dio, e una trasformazione interiore non può che condurre a lavorare per una società più giusta e rispettosa dell'uomo. Se una definizione del termine interiorità non risulta facilissima, appare però piuttosto chiaro che l'esigenza di consapevolezza, anche della problematicità del proprio io, spinge alla ricerca dell'essenziale, a non isolarsi, a cercare un'armonia tra la fede e la nostra presenza nel tempo che viviamo. Tra le parole che sono state usate per definire il cammino percorso - riflessione, speranza, coscienza - ce n'è soprattutto una che ritorna spesso: ascolto.
Ascolto prima di tutto di Dio, e il valore che tutti attribuiscono alla meditazione nel gruppo indica proprio l'importanza che questo ascolto non si riduca ad una dimensione soltanto privata; ma insieme, ascolto della propria coscienza, scolto delle esigenze, dei bisogni, delle voci del mondo.
Riflettere sull'interiorità ha dunque significato rifondare in noi stessi la nostra esigenza di superare noi stessi, di "trascenderci" come ci esorta a fare Sant'Agostino. Superarci per accogliere, per lasciare spazio, per interrogarci, per rallentare, per assumere le nostre responsabilità.
Dunque, riflettere sull'interiorità è stato un momento importante dell'impegno missionario che è alla base di RC. Ed è in questo spirito che ci prepariamo ad affrontare il prossimo Paino di Lavoro, il tema "Laici nella comunità cristiana"
RINASCERE 1 - 2011
FATTA L'ITALIA, BISOGNA FARE GLI ITALIANI
Francesca Sacchi Lodispoto
Cosa festeggiamo il 17 marzo? Non è facile dirlo in poche parole: il gruppo dirigente di RC si è mobilitato con una apposita riunione. Il risultato: pensieri frammentari, sensazione diffusa di incertezza, disagio, disgusto, indignazione…di fronte a questa nostra Italia che compie 150 anni.
La situazione attuale viene da lontano: da uno scarso senso dello Stato dovuto a fatti storici ben precisi, che hanno ostacolato o interrotto il cammino unitario; da una marcata attenzione al “particulare” a scapito dell’educazione al bene comune; dalla pratica di una doppia morale che separa il privato dal pubblico; dalla predicazione di una morale cristiana più attenta all’etica sessuale che alla giustizia sociale. Nessuno di noi può chiamarsi fuori!
Poiché sappiamo bene che la cittadinanza (come abbiamo riflettuto in questi anni) non si esprime solo nella militanza politica ma nella responsabilità sociale, nella legalità e nel rispetto della cosa pubblica, così come la dignità della persona si gioca in ogni gesto quotidiano e non solo nelle proclamazioni pubbliche, la nostra attenzione si deve rivolgere al vissuto di noi cittadini italiani e cristiani per ri-vedere la nostra partecipazione alla vita della società civile e nel contempo la nostra capacità di coerenza religiosa ed etica secondo il criterio della laicità cristiana.
Parlare di interiorità oggi non può essere un comodo rifugio, una fuga in un privato innocente, è piuttosto mettere bene a fuoco la reale capacità di rientrare in noi stessi, superare falsi modelli e ritrovare dentro di noi, nelle tradizioni delle nostre famiglie, nella nostra storia, nei principi solidali della nostra Costituzione un modo personale ed autentico di pensare. Non è dignitosa l’immagine della donna emersa in numerosi racconti giudiziari e mediatici. È, invece, urgente, ridire con forza, con parole condivisibili da tutti, la bellezza vera di ogni età e di ogni soggettività, il senso profondo dell’essere uomo e dell’essere donna. Non educa i giovani l’idea che per realizzarsi occorre seguire tristi scorciatoie trascurando studio e impegno. È difficile costruire un mondo diverso e migliore se l’unico insegnamento trasmesso alle nuove generazioni è quello di cercare ostinatamente i favori del potente di turno. Non è giusto alimentare razzismo e paura dividendo gli uomini tra garantiti e “clandestini” e quindi in onesti e criminali. E’ vergognoso considerare il “business” più importante dei diritti dei popoli…
Dobbiamo ritrovare come comunità cristiana una mentalità illuminata dal Vangelo più che dagli interessi di parte, il coraggio della profezia e, con tutti gli italiani di qualsiasi credo religioso, la via della moralità personale e civile che nulla ha a che vedere con il bigottismo e il falso moralismo che ci rinfacciano tanti “maestri” dei media.
E allora Italia 150 anni per ripartire con giovani sereni, coscienziosi e operosi, con adulti sobri, responsabili e aperti, con anziani custodi di una memoria fatta di ideali, sacrifici e operosità
RINASCERE n. 6 supplemento - 2010
PER VEDERE IL MONDO DIETRO LE QUINTE
Don Ivano Casaroli
L’avvento è come la sveglia parlante che al mattino interrompe il sonno: “forza, una bella giornata ti attende, fuori c’è il sole e si può ricominciare a interrogare, a progettare, a vivere con gli altri, davanti agli altri, per gli altri. Ci alziamo ogni giorno, come fosse il primo giorno, il giorno in cui abbiamo aperto gli occhi e la vita confusa ma buona si è mostrata in volti buoni. Non eravamo soli al mondo, non pesava tutto su di noi e non dovevamo fare tutto noi. Anche oggi è così; anche se talvolta ci brucia la sensazione di essere soli, non è così: siamo una catena, uniti dal mistero della vita e talvolta da una fede e dalla fede; il mondo è ancora confuso ma abbiamo forza per camminarci dentro, per far nascere progetti comuni e per dar loro corpo. Il cammino – fuori metafora per i cristiani, la missione – è mescolare sogni e sudore, speranza e abbattimento ma con la testardaggine di rimanere sulla strada. Non fermi all’angolo a chiedere la carità di un idea dal primo che passa ma portatori caldi di un progetto, di un’idea, in realtà di un dono che è il Signore presente e veniente.
Mi fermo un attimo a respirare e le cose ricominciano a scorrere ripetitive e pesanti dentro: il mondo non cambia, più facile attaccare un lucchetto a ponte Milvio o in qualsiasi altro posto che rimanere fedeli alla vita, a Cristo fino a Gerusalemme, la città in cui Dio ha impastato la sua presenza con la bellezza, il delitto, il desiderio, il sogno, il dolore delle nocche che bussano per ottenere giustizia, la parola che convoca alla giustizia, le mille strade dell’amore fino al volto santo offertosi sul Golgota.
Nel mattino della resurrezione Gesù svegliatosi è tornato in cerca dei suoi scoprendo che nemmeno la sua morte aveva cambiato il mondo e che bisognava riprendere da capo a custodire il sogno e la speranza e conficcarsi nell’animo il segreto che non è nella storia il rovesciamento del mondo ma solo il far diventare “diverso” il mio mondo: amici, famiglia, incontri occasionali, lavoro, educazione, professione, cultura, ecc.
Dal risveglio del mattino di pasqua, ogni risveglio è “cominciare da capo” tutti i giorni; per primo ci si riveste: “rivestitevi del Signore Gesù” dice Paolo. L’esterno dice l’interno, fa leggere lo stile della persona quindi al “comportarci onestamente” non solo in rapporto a una norma ma alla vita nuova che ho toccato risvegliandomi “perché adesso la nostra salvezza è più vicina quando diventammo credenti”.
Svegliarsi è grazia e conseguente la decisione a non perdere tempo in domande paralizzanti. “Quando” è una domanda paralizzante; quando succederà che il seme dia frutto? Quando succederà che la giustizia trionfi? Che la dignità sia vissuta? Quando il sole rimarrà alto sempre? Non il quando ci fa uomini, ma il come. Aprendo gli occhi, spigolando striature di vita ad ogni angolo di strada luoghi non del chiede e nemmeno forse del dare ma dello scambio; luoghi in cui forse dobbiamo tarare il nostro personale gps per rispondere a chi ci interroga: “dove sei?”. Il Signore ha risposto: “sono accanto a te sempre”, accanto a noi suoi fratelli perché ognuno sia accanto al suo fratello. La missione nasce per la promessa e che i discepoli siano mandati a due a due ci ricorda che l’altro è testimone e garante della mia fede, che solo insieme si può dire noi in maniera sperimentale. La vita non è mai bella se in disparte e ognuno deve essere sempre ad occhi aperti in cerca dei fratelli che Dio mi ha affidato. Ognuno è responsabile non nelle calamità nella condizione ordinaria della vita: “mangiavano, bevevano, prendevano moglie prendevano marito”. Aprire gli occhi, tenere la testa alta oltre l’oscurità, alzare il dito per sentire il vento; non guardare solo il piatto; lasciarsi portare dalla “speranza” che il Signore viene e verrà.
Con lo stesso materiale un uomo fabbrica spade per uccidere e un altro falci e aratri per nutrire sé, i suoi, tanti altri. Identico materiale, diverso il progetto; identico il mondo, diverso il modo di abitarvi, identica la vita diverso il come viverla. In fondo interiorità può essere, ed è, una sfida che ognuno accoglie, vive e diffonde maturando uno stile di vita altro dal sonno. Siamo consapevoli che non si dà ciò che non si ha e non si è. Questo piano di lavoro sull’interiorità da questo punto di vita non è una pausa o una sosta per tirare il fiato, ma piuttosto vista acuta per vedere il mondo dietro le quinte e per raccontarlo non come ipotesi di lavoro ma “come il mondo che il Padre ha dato” in dote ad ogni uomo e ogni donna. Può sembrare un sogno ma certo non è illusione. Non solo davanti a Dio ma per la tenuta dell’umano vale più la coscienza quotidiana di chi oppone all’ingiustizia e allo sfruttamento del creato che tutti coloro che pensano di essere padroni del mondo. L’interiorità per me è stare serenamente dentro la vita più attenti al fare che al giudicare, al tessere che al separare, a farsi sorprendere da uno stelo di grano in un campo di gramigna, ad decidere di andare in cerca della persona della porta accanto. “L’autentica spiritualità non è disincarnazione, ma servizio al bene comune, attenzione a creare bellezza nella realtà e amabilità nei rapporti umani”. Così l’uomo rende lode a Dio prima con la vita e poi con il culto, momento per rinfrescare la memoria di chi ha vissuto per il fratello fino alla fine: “fate questo in memoria di me”. Senza gloriarsi ma con sobrietà perché tutto è veramente grazia.
RINASCERE n. 6 - 2010
LA MISSIONE PER LA MISSIONE
di Ivano Casaroli
Nella Scrittura non si parla di uomo interiore e di interiorità. Pietro nella sua prima lettera usa però una espressione equivalente: “uomo nascosto nel cuore” (1Pt 3,4). Possiamo quindi identificare interiorità di cui si parla con il cuore di cui parla
Non so se si può dire che oggi è più difficile di ieri (e chi può dirlo!); so che ogni esperienza religiosa personale, poco o tanto, ha sentito la necessità di concentrare l’attenzione sull’obiettivo e di provare a creare regole per il percorso che normalmente è chiamato “ascesi” e tende in primo luogo al controllo dei desideri. Oggi tra i tanti segni che la società manda c’è quello di un “desiderio” di sentire Dio, di fare esperienza di Dio. Non solo a ragionare su Dio e a pensare Dio, ma a fare esperienza di Dio. Una ricerca “a tentoni” a volte, per le strade che sembrano anche strane e che in realtà dicono una Presenza che non si riesce a silenziare del tutto. Ne va della saldezza della vita, della scelta di costruire sulla roccia, sulla sabbia, in terreni paludosi, non edificabili o addirittura contaminati.
Il credente, e le comunità cristiane, deve essere attento oggi a non ridurre il vangelo ad ideologia, ad attivismo e a moralismo. Rinascita cristiana, come ha ricordato Francesca Sacchi a Frascati, non è un movimento che ha come obiettivo l’evangelizzazione di massa, ma ha scelto la strada dell’intercettazione del “desiderio alto” e spesso segreto delle persone coinvolgendosi con loro per portarlo in superficie e per farlo incontrare con Cristo. Un lavoro personale, una presa in carico del cuore di ogni fratello perché l’energia nascosta – il dono dello Spirito che abita in ogni battezzato – possa venire alla luce e dare così ad ognuno la forza e la gioia di vivere la vita con responsabilità, libertà e fraternità. La missione dunque non è accantonata in nome dell’impegno a guardare se stessi, ma con lo sguardo fisso al mondo si interroga e provoca; mette alla prova la sorgente e sperimenta la bellezza di condividere la sorgente senza nessun timore, ci ricorda Agostino, di rimanere senza perché è solo donando che si ricevono doni.
RINASCERE n. 2 - 2010
LA GRANDE CENTRALE ELETTRICA
di Licio Prati
C’era una volta una grande città adagiata ai piedi di una grande montagna. E nel cuore della montagna c’era una centrale sotterranea che riforniva di energia elettrica le case, le fabbriche, i supermercati, le piazze. All’improvviso ci furono crolli nelle cavità del monte. La centrale fu distrutta, la città resto paralizzata e al buio. Ma nessuno pensava alla centrale. Ma non è possibile! – direte. In quella città, invece, tutto ormai era possibile, tranne una cosa elementare come l’andare alla ricerca dell’origine di ogni guaio. Tutta la città sentenziò invece che cavi e fili elettrici non funzionavano, che c’erano problemi enormi nei collegamenti e nelle connessioni. Parla e parla di tutto ciò, nel caos al buio e al freddo, si finì per adattarsi e considerare normale una vita quasi primitiva in cui le relazioni tra persone e gruppi sociali erano deteriorate al massimo. Finché qualcuno, forse un vecchio, cominciò a ricordare. In quella città infatti Memoria e Utopia era state bandite e allontanate come inutili e dannose. Qualcuno dunque si ricordò di una grande centrale nascosta nella montagna. Iniziò a balbettare che era inutile dare la colpa ai fili elettrici e che bisognava salire sulla montagna, cercare la centrale e capire cosa era accaduto. «Cercate il cuore della città» diceva e raccontava come era bella un tempo la città e quanto felice la gente. Una sera i più giovani gli chiesero: «Ma come è fatta la centrale?». Il vecchio scosse il capo e rispose:«Non lo ricordo più… ma voi entrate nella montagna, cercate la centrale, riattivate il cuore della città!». Per tutta la notte si parlò della cosa con una punta di scetticismo e una buona dose di indolenza. All’alba qualcuno si incamminò verso la montagna.
Che c’entra tutto ciò con la nostra vita? Qualcosa non funziona nella nostra società. Ci vediamo costretti a rincorrere e valutare la vita sull’onda mediatica del fatto del giorno. Il dialogo tra persone e gruppi sociali è sempre più duro e difficile. Non riusciamo più a capirci. Cerchiamo allora di aggiustare i fili in modo dissennato, di tamponare le emergenze in modo acritico o di non voler capire troppo, eccetera. Forse il problema non sta nelle relazioni, ma in qualcosa di più profondo, in quel nucleo incandescente da cui nasce il bene e il male, la luce e il buio: il cuore dell’uomo. Ecco: forse la nostra società ha tutto, ma non ha più il cuore. Nel linguaggio biblico il cuore rappresenta il centro della persona: non si tratta solo di sensazioni o sentimenti, ma soprattutto di capacità di conoscere e discernere, e di prendere decisioni sagge mettendo in gioco la propria libertà e la propria coscienza. Ognuno di noi forse in questo momento ha bisogno di mettersi in cammino alla ricerca del proprio cuore, liberarlo dai detriti e ridargli vita. Anche riascoltando con fede la promessa di Dio così come il profeta Ezechiele l’aveva espressa: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne».
RINASCERE n. 1 - 2010
UN “PAESE SOLIDALE” INVOCATO DALLA CHIESA
di Giorgio Grigolli
Il 24 febbraio i Vescovi Italiani hanno pubblicato un Documento “Per un paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno” a 20 anni da un precedente Documento “Sviluppo nella solidarietà”
Di documenti si può morire. Questo, dei vescovi italiani per il Mezzogiorno, andrà a contribuire ad una rinascita. Non è che, fin qui, la Chiesa italiana non si sia esercitata: Sviluppo nella solidarietà nel 1989, Chiesa nel Sud, Chiese del Sud, l’anno scorso. E’ che adesso ai vescovi del sud viene dichiarato il sostegno nazionale, come problema della comunità intera. E’ un guardare al Meridione con il coraggio di “pensare insieme”. Certo, di qualche pronunciamento persiste l’eco forte. Indimenticabile, tuttora, dentro le memorie. C’è un 9 maggio 1993, Giovanni Paolo II durante la messa nella Valle dei Templi, presso Agrigento, a muovere una testimonianza di fede. “Chiedo - dice Wojtyla - una chiara riprovazione della cultura della mafia, che è una cultura di morte, profondamente disumana, antievangelica, nemica della dignità delle persone e della convivenza civile”. Detto laggiù, dove l’eterno familismo amorale (parentela, clientela, setta, fratellanza, comparaggio) prevale. Ribadito più avanti, Palermo, 24 novembre 1995, al convegno ecclesiale nazionale: “Il nostro non è il tempo della semplice conservazione dell’esistente, ma della missione…La Chiesa non deve e non intende coinvolgersi con alcuna scelta di schieramento politico o di partito”.
Adesso la Cei, cardinale Bagnasco presidente, firma un documento quasi ultimativo. Il nuovo allarme. La “carenza di senso civico” e “l’urgenza di superare le inadeguatezze presenti nelle classi dirigenti”, il Sud ridotto a “collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”, la corruzione e gli intrecci tra mafie, politica ed economia, la criminalità organizzata come “cancro” e “struttura di peccato” che “negli ultimi vent’anni ha messo radici in tutto il territorio italiano”. Un testo di 17 pagine, discusso all’assemblea della Cei di novembre, rivisto a gennaio, rispedito a tutti i vescovi a controllare le virgole. Ne va dell’intero Paese. Un federalismo che “accentuasse la distanza tra le parti d’Italia”, si legge, sarebbe “una sconfitta per tutti”. Ci vuole “un federalismo sano, solidale, unitario” sull’esempio della “visione regionalista” di don Sturzo e di Aldo Moro. C’è una coincidenza di urgenze e di angoscia, con sottolineatura di Chiesa, per l’intera vicenda nazionale.
C’è, tuttavia, una sottolineatura d’ambiente. Quasi un’ultima chiamata. Il Sud deve “liberarsi dalle catene”: la criminalità organizzata “non può e non deve dettare i tempi e i ritmi dell’economia e della politica meridionali, diventando un luogo privilegiato di ogni tipo di intermediazione e mettendo in crisi il sistema democratico del Paese”. Il controllo malavitoso del territorio “porta di fatto a una forte limitazione, se non all’esautoramento dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici” e “favorisce l’incremento di corruzione, collusione e concussione, altera il mercato del lavoro, manipola gli appalti, interferisce nelle scelte urbanistiche e contamina l’intero territorio nazionale”. Come uscirne? La Chiesa meridionale può suggestionare il presente, nella rievocazione dei sacrifici forti impersonati da don Puglisi, da don Diana e da Rosario Livatino. Anche nella recente Rosarno c’è stata persistenza di fraternità. Adesso offre anche un’autocritica, quanto meno un atteggiamento di coinvolgimenti da osare. Non c’è, questa volta la parola “scomunica” e non vi sono i suoi equivalenti, che pure altre volte erano stati usati: il richiamo della vecchia scomunica per i delitti di mafia (affermata dai vescovi siciliani nel 1944, nel 1952 e nel 1982), l’autoesclusione dei mafiosi dalla comunità della Chiesa (che era detta in una nota dei vescovi siciliani del 1994), l’incompatibilità tra l’appartenenza alla Chiesa e quella alle mafie dichiarata in più occasioni. Il documento di adesso chiarisce che “solo” con il “pentimento” e la “conversione” si può “uscire dal peccato di mafia” e dalle “strutture di peccato” che sono le mafie. Perché non c’è, dunque, la parola scomunica né qualcuno dei suoi equivalenti linguistici? Per uno scrupolo dottrinale e canonico, dicono alla Cei. Il codice di diritto canonico, promulgato nel 1983 da papa Wojtyla, limita la facoltà degli episcopati locali quanto alla possibilità di ricorrere alla scomunica per colpire determinati “delitti”. Oltre tutto, sarebbe arduo determinare i soggetti destinatari: anche i manovali o solo i mandanti? Chi ha avuto una condanna definitiva o tutti i condannati? Meglio usare - pare di capire - l’arma del coinvolgimento propositivo, anche familiare. Fare perno sulla persona, insomma, muovere dialoghi forti. I vescovi invitano i giovani “ ad abbracciare la politica come servizio al bene comune”, la “nuova generazione” invocata dal papa. E’ anche il “sogno” coltivato da Bagnasco. Le “scuole di formazione” occorre rilanciarle. “Bisogna osare il coraggio della speranza”. Anche della sfida, si potrebbe aggiungere. Piacerebbe che nel Sud, il giorno delle reverenze al santo patrono, nelle città percorse dalla mafia, la solenne processione, così spesso imperniata e favorita dalle intrusioni dei poteri occulti, venisse una volta disdetta, il santo patrono tenuto dentro chiesa, contrassegnando tutto questo con motivati perché, dibattuti dai cattolici di fibra forte. Resistono ancora.
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